Guarda il video sull’immigrazione.

In molti danno i numeri quando si parla di immigrazione. Anche noi lo faremo, riportando i dati, analizzando le dinamiche di questo fenomeno e sfatando alcuni luoghi comuni.

possibile immagine del pezzo.jpg

 

I DATI
Quanti sono. Ora è ufficiale: gli italiani soffrono della sindrome da accerchiamento da parte degli immigrati. Infatti, secondo un recente sondaggio effettuato da Ipsos Mori, in media gli italiani credono che il 30% della popolazione nazionale sia composta da immigrati, la percezione più distante dalla realtà se confrontata con quelle di altri paesi. Ma quanti sono allora gli immigrati in Italia? Secondo gli ultimi dati Istat disponibili (aggiornati al 1° gennaio 2014), la popolazione straniera in Italia ammonta a 4.922.085 persone, a cui vanno aggiunti i famigerati clandestini, le cui stime vanno dai 300 ai 650 mila. Arrotondando a cinque milioni e mezzo di individui, scopriamo che gli immigrati rappresentano poco più del 9% della popolazione residente nel paese.
Pure la diceria secondo cui «vengono tutti da noi» è infondata: Germania, Spagna e Regno Unito ospitano più stranieri dell’Italia. Senza considerare che in quasi tutti gli altri paesi europei ottenere la cittadinanza è più semplice e quindi molti stranieri non compaiono nelle statistiche (da noi, per diventare cittadini occorrono 10 anni di residenza ininterrotta, il permesso di soggiorno e delle garanzie economiche; tanto che sono solamente 670 mila gli stranieri naturalizzati).
Probabilmente la sindrome da accerchiamento dipende dalla straordinaria crescita che il fenomeno dell’immigrazione ha avuto di recente. Negli ultimi 15 anni, infatti, il numero di cittadini stranieri presenti in Italia è più che quadruplicato. Anche durante la crisi, l’immigrazione non si è fermata: dal 2007 al 2013, ha visto un aumento del 69%, da 2,6 a 4,4 milioni di presenze.

Immagine01

Chi sono. Nonostante molti usino il termine “marocchini” per indicare gli immigrati in genere, gli stranieri provenienti dal Marocco sono solo il 10% del totale, collocandosi al terzo posto delle nazionalità più presenti. La medaglia d’argento va invece agli albanesi, che sono l’11%, mentre sul podio più alto ci sono i romeni, che corrispondono al 21% della popolazione straniera totale. Infatti, benché l’attenzione di tutti sia concentrata sugli sbarchi a Lampedusa, negli ultimi anni sono proprio i flussi provenienti dall’Est Europa ad essersi ingranditi di più.

Immagine02

Cosa fanno. Sul totale degli occupati italiani, gli stranieri costituiscono circa il 10%. Sulla varietà dei lavori, non sono molto fantasiosi, le occupazioni sono quasi sempre le stesse e quasi tutte non qualificate. Il 15% si occupa di servizi domestici, l’11% di servizi alla persona, il 7% nelle costruzioni, un altro 7% nella ristorazione, poi un 6% nella pulizia e 5% nello spostamento delle merci. Anche se non è numericamente significativo, va segnalato il fenomeno del caporalato nelle campagne del Sud, dove molti immigrati clandestini vengono impiegati nella raccolta della frutta, con salari da fame, orari impossibili e senza tutele. Una nota positiva, invece, è la crescita
clamorosa degli imprenditori fra gli immigrati, fra il 2011 e il 2013 il numero di imprese guidate da stranieri sono aumentate del 9,5%.

 

LA GESTIONE DELL’IMMIGRAZIONE
Cenni storici. Per la maggior parte della sua storia, l’Italia non ha mai avuto a che fare con l’immigrazione. Anzi la preoccupazione maggiore era per chi emigrava: si calcola che, tra il 1876 e il 1976, siano partiti dal nostro paese 24 milioni di persone. Solo con il boom economico degli anni ‘60, il flusso in uscita comincia ad arrestarsi e, anzi, si assiste ad un buon numero di rientri tra chi era emigrato. Man mano però cominciano ad arrivare anche gli stranieri, a causa sia della “politica delle porte aperte” praticata dal nostro paese sia delle politiche più restrittive adottate dagli altri stati. Il primo censimento Istat degli stranieri in Italia, realizzato nel 1981, li contava in 321 mila individui. Col tempo, però, sono continuati a crescere, seppur a ritmi contenuti, e dal 1933 il saldo migratorio è divenuto l’unico fattore che fa aumentare la popolazione italiana. Ma il nostro paese scoprì l’immigrazione nel 1991, quando iniziarono i flussi migratori di massa dall’Albania. I meno giovani ricorderanno certamente la nave Vlora, che l’8 agosto di quell’anno sbarcò a Bari con 20 mila persone.

Immagine03

Le politiche. Vediamo quando e come la politica ha scoperto il fenomeno dell’immigrazione e ha deciso di regolarlo.
1) Le prime leggi significative sull’immigrazione sono la Turco-Napolitano del 1998 e la Bossi-Fini del 2002. Esse, oltre a cercare di mettere un freno agli ingressi (nel 2002 si comincia ad usare la Marina per pattugliare le coste), prevedono l’istituzione di centri di identificazione ed espulsione e stabiliscono l’allontanamento – anche in forma coatta – per chi è entrato illegalmente. Infatti, sebbene la maggior parte degli immigrati presenti sul nostro territorio sia giunta via terra, spesso con un visto turistico, negli ultimi anni sono aumentati gli arrivi per mare. Quando i barconi della speranza arrivano sulle coste italiane, le persone a bordo vengono portate nei centri di primo soccorso, dove ricevono le prime cure mediche. Poi, vengono smistate in altri centri: in quelli di accoglienza, per i richiedenti asilo, e in quelli di identificazione ed espulsione, per chi deve essere espatriato. Le cronache hanno mostrato come le condizioni di questi centri siano spesso fatiscenti, oltre ad assomigliare a vere e proprie carceri per i modi in cui vengono rinchiusi i migranti. Da questi luoghi, in molti riescono a fuggire, per raggiungere gli altri paesi europei dove richiedono l’asilo politico. Infatti, se lo chiedessero in Italia, poi sarebbero costretti, a causa delle regole previste dai trattati europei europee, a rimanere nel nostro paese e non potrebbero ricongiungersi con i propri parenti negli altri stati.
2) Nel 2007, in reazione al costante aumento degli sbarchi di clandestini, il governo Berlusconi ha stipulato un accordo con la Libia di Gheddafi. Allo stato del Nord Africa venivano forniti fondi e motovedette per pattugliare le proprie coste e bloccare i barconi in partenza. Inoltre, gli immigrati che riuscivano comunque a raggiungere l’Italia venivano poi riportati in Libia. Alcune inchieste giornalistiche hanno però rivelato che il trattamento che gli riservava Gheddafi era inumano: i migranti venivano portati in centri simili a prigioni, dove venivano rinchiusi e maltrattati. Anzi, è accaduto anche che venissero abbandonati nel deserto a morire di stenti. Per aver avallato queste pratiche, l’Italia è stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. Quanto è costato tutto ciò? Si stima, che fra il 2005 e il 2012, la spesa nelle politiche di contrasto all’immigrazione clandestina più il costo di funzionamento di tutto il sistema accoglienza degli immigrati ammonti circa a 1,5 miliardi di euro, di cui circa 230 milioni finanziati dalla Ue. Secondo il Dossier Caritas/Migrantes, «su 169.126 persone internate nei centri tra il 1998 e il 2012, sono state soltanto 78.081 (il 46,2% del totale) quelle effettivamente rimpatriate». Il tempo massimo di permanenza all’interno dei centri, è passato dai 30 giorni della legge Turco-Napolitano, agli attuali 18 mesi.
3) Quando, nel 2011, in Libia è scoppiata la guerra civile, il trattato è stato considerato decaduto. Inoltre, dato che nel paese nordafricano non esisteva più un’autorità statuale in grado di controllare il territorio, le partenze dei barconi della speranza hanno subito un’impennata. In Italia, però, il clima era cambiato e l’opinione pubblica aveva cominciato a preoccuparsi per i continui naufragi, che hanno prodotto una vera e propria carneficina. Si stima che, tra il 2000 e il 2013, siano morte più di 23 mila persone cercando di raggiungere l’Europa via terra o via mare. Così, nel 2013, il governo Letta ha dato avvio al programma “Mare Nostrum”, che prevedeva il dispiegamento di mezzi navali e aerei per soccorrere i barconi in difficoltà.
4) “Mare Nostrum” è stato però molto criticato, sia per i costi (9 milioni di euro al mese) sia perché rischiava di favorire le partenze dei barconi. Allo stesso tempo, pressoché tutte le forze politiche italiane hanno chiesto per lungo tempo l’intervento europeo a tutela di confini che sono soprattutto europei. Così, lo scorso primo novembre, è entrato in vigore il programma comunitario “Triton”. Benché questo non sostituisca completamente il programma precedente (anche perché il suo costo è molto inferiore), il governo italiano ha confermato che “Mare Nostrum” è da considerarsi concluso.

La questione profughi. Chi vuole chiedere asilo politico (un diritto espressamente garantito dalla nostra costituzione), solitamente ha due modi per farlo: arrivare nel paese e chiederlo in loco oppure farne richiesta in un campo rifugiati. L’Italia non permette questa seconda possibilità. Tant’è che il nostro paese è sesto in Europa per il numero di domande d’asilo. Questo costringe chi vuole arrivare qui a scegliere giocoforza la via dell’immigrazione illegale.

 

I LUOGHI COMUNI
Quando si sente parlare di immigrazione, si può avere la sensazione di assistere ad un festival di luoghi comuni. Vediamo allora di sfatarne alcuni e ristabilire un po’ di ordine.

1. «Ci portano via il lavoro»
Dal punto di vista economico, questa affermazione non ha senso. Perché, se è vero che gli immigrati occupano posti di lavoro, allo stesso tempo ne creano altrettanti. Infatti essi, non solo lavorano, ma consumano anche (cibi, vestiti, prodotti in genere), quindi fanno aumentare la domanda e pertanto la necessità di assumere nuovi lavoratori. Se ciò non bastasse, si sappia che «la crescita della presenza straniera non si è riflessa in minori opportunità occupazionali per gli italiani»: è la Banca d’Italia a parlare.

2. «Prendono 40 euro al giorno e stanno in hotel»
I soldi spesi quotidianamente dallo stato italiano per gli immigrati nei centri d’accoglienza sono in realtà 35 €, come media nazionale. Ma di questi solo 2 euro e mezzo vengono consegnati ai migranti per le loro necessità personali. Il resto serve per pagare le strutture che li ospitano, in attesa che vengano vagliate le loro domande d’asilo. È accaduto che, in mancanza di altri posti, gli immigrati venissero messi in alberghi, ma questi sono stati soltanto casi isolati. Come abbiamo detto, il più delle volte i centri che li accolgono sono molto miseri.

3. «Commettono reati»
Questa affermazione ha un fondo di verità dal momento che, tra la popolazione carceraria, un terzo è di cittadinanza straniera. A metterli dietro le sbarre, sono soprattutto reati legati alla droga (per il 26,6%) e contro il patrimonio (25,1%); seguono poi i reati contro la persona (perlopiù connessi con lo sfruttamento della prostituzione) e contro la pubblica amministrazione. Ça va sans dire che la percentuale di chi commette reati sul totale degli immigrati, sebbene sia superiore a quella degli italiani, resta molto bassa, quindi generalizzare dicendo che tutti gli immigrati commettono reati è comunque sbagliato.

4. «Gli danno tutte le case popolari»
Nei criteri per l’assegnazione delle case popolari, naturalmente non compare la nazionalità. Ciò che conta sono: il reddito, il numero di componenti della famiglia se superiore a 5, l’età ed eventuali disabilità. Inoltre, i dati confermano che le graduatorie proporzionalmente premiano gli italiani. Gli immigrati di solito sono svantaggiati perché giovani, in buona salute e con piccoli gruppi famigliari (poiché non ricongiunti).

5. «Prendono la maggior parte dei sussidi statali»
Questa asserzione è l’esatto contrario della realtà: infatti, i dati mostrano come le tasse pagate dagli immigrati sono più di quanto essi ricevono indietro in servizi e sussidi. Se essi contribuiscono al Pil per l’11%, ciò che lo stato stanzia per loro a fini sociali è soltanto il 3%. Il rapporto Caritas/Migrates 2012 stima in 1,7 miliardi di euro i benefici netti prodotti dagli stranieri a fronte del rapporto costi/benefici per le casse statali, comprese le spese sanitarie e di giustizia. Questo avviene perché, fra gli immigrati, è più alta la percentuale di chi lavora e l’età media è più bassa. Inoltre, dal momento che essi sono più giovani, i loro contributi pensionistici permettono di pagare le pensioni agli italiani.

6. «Portano le epidemie, come l’ebola»
Per quanto riguarda l’ebola, è praticamente impossibile che i migranti che giungono via mare ne siano affetti, dato che il tempo di incubazione è molto inferiore a quello che essi impiegano per arrivare in Italia dai paesi del centro dell’Africa, dove la malattia è diffusa. Potrebbero però essere portatori di altre malattie epidemiche, che comunque verrebbero riscontrate nelle visite mediche praticate appena dopo lo sbarco.

 

TIRANDO LE FILA
Speriamo che questa breve guida all’immigrazione sia stata d’aiuto a comprendere la complessità di questo fenomeno e funga da vaccino contro i veleni che vengono sparsi da molti. Anche se non si può nascondere che i flussi di centinaia di migliaia di persone che arrivano ogni anno nel nostro paese (anche su usato soltanto come punto di passaggio) non potranno che creare diversi problemi in futuro. Per affrontarli però è bene conoscere ciò di cui si sta parlando.

 

Lascia un commento

Seguici anche su
Supportaci
Scopri
Newsletter
Seguici su Facebook