Fabio Fontana

Sono laureato in scienze politiche. Credo nell'empatia e nel progresso. Mi interesso di politica, economia, ambiente e innovazione. Fissato con le serie tv. Seguimi su Twitter @fabiofontana o su www.fabiofontana.it

Come funziona la nuova legge elettorale e quali prospettive apre per il dopo voto

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Il tema della legge elettorale appassiona tanto i politici quanto lascia indifferenti gli elettori. Ma il sistema elettorale è molto importante: si tratta delle regole del gioco delle elezioni. Stabilendo come vengono trasformati i voti dei cittadini in seggi parlamentari, una legge elettorale può essere determinante nel far vincere o perdere questo o quel partito. Lo scorso ottobre, dopo essere stata in cima alla lista delle cose da fare per tutta la legislatura, è stata approvata la nuova legge elettorale, il cosiddetto Rosatellum bis, dal nome del capogruppo Pd alla Camera Ettore Rosato. Cerchiamo di capire come funziona, nel modo più semplice possibile.

 

Il meccanismo

Vediamo quindi come saranno scelti i 630 deputati e i 315 senatori del nuovo parlamento. La legge elettorale prevede un sistema misto: al netto dei parlamentari eletti all’estero (12 alla camera e 6 al senato), circa un terzo di deputati e senatori saranno eletti con un meccanismo maggioritario, mentre i restanti due terzi saranno selezionati con un meccanismo proporzionale. Cosa significa? Il sistema maggioritario prevede che il territorio nazionale sia diviso in tante parti quanti sono i parlamentari da eleggere e ciascuno di questi pezzi d’Italia, detti collegi uninominali, si elegge il proprio rappresentante. Prendiamo la Camera, abbiamo detto che verranno scelti con questa modalità circa un terzo dei suoi membri, per la precisione 232 deputati. Quindi il territorio nazionale sarà diviso in 232 collegi, in ciascun collegio ogni partito o coalizione presenterà il proprio candidato e quello più votato otterrà un posto a Montecitorio.
A compensare il peso dei candidati territoriali, i restanti due terzi del parlamento saranno eletti con un sistema proporzionale. Ciò significa che, all’interno di quei due terzi, ogni partito avrà in percentuale tanti parlamentari quanti saranno i suoi voti su scala nazionale. Un partito che ottiene il 30% dei voti avrà il 30% dei seggi, uno col 15 avrà il 15% dei seggi e così via. Ma come verrà scelto chi occuperà quel 30% o 15% di seggi? All’interno di circoscrizioni plurinominali, cioè pezzi di paese più grandi di quelli della parte maggioritaria, in cui ogni partito presenterà da 2 a 8 nomi, la cui elezione dipenderà dai voti presi in quella circoscrizione ma anche da quelli presi in tutte le altre.

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La scheda

Se siete ancora confusi, dare un’occhiata alla scheda che troveremo in cabina può aiutare. Sopra ai riquadri con i simboli dei partiti, troviamo il nome e cognome del loro candidato nel collegio uninominale in cui ci troviamo. Ciò significa che uno di quei nomi, cioè il candidato che otterrà più voti, otterrà sicuramente il seggio assegnato nel nostro collegio. Diversi partiti si possono unire in coalizione e sostenere lo stesso candidato, in modo da avere più possibilità di farlo eleggere. Le coalizioni però devono essere uniformi su scala nazionale.
Gli altri due terzi dei parlamentari, come dicevamo, sono eletti con un sistema proporzionale. Quindi mettendo la croce sul simbolo del partito che preferiamo, gli daremo maggiori possibilità di eleggere i suoi candidati nella circoscrizione proporzionale, i cui nomi sono stampati a fianco del simbolo.
Ora che abbiamo visto la scheda, vi starete certamente chiedendo come fare ad esprimere il proprio voto. Lo possiamo fare in tre modi. Il primo modo, quello più completo, è di mettere una croce sia sul candidato uninominale sia su uno dei partiti che lo sostengono. Attenzione però: il voto disgiunto non è consentito, quindi non è possibile votare un partito che sostiene un candidato uninominale diverso da quello che scegliamo noi. Il secondo modo è di mettere una ics soltanto sul simbolo di un partito. Così facendo, il voto andrà a quel partito ma anche al candidato uninominale che esso appoggia. Il terzo modo è quello di mettere la croce soltanto sul nome di un candidato uninominale. In questo caso, il voto andrà anche ai partiti che lo sostengono, in proporzione ai loro consensi ottenuti in quel collegio.

Fac simile della scheda per la Camera dei Deputati

 

Altre cose da sapere

Ma non possiamo finire di parlare della nuova legge elettorale senza menzionare la soglia di sbarramento. Infatti, per evitare che il parlamento sia bloccato dai veti di partiti troppo piccoli, è stata prevista una soglia del 3% di voti nella parte proporzionale, sotto la quale non si ottiene nessun seggio. Si fa eccezione per le liste che rappresentano minoranze linguistiche o che ottengano almeno il 20% in una regione oppure 2 collegi uninominali. Inoltre, per usufruire dei vantaggi di far parte di una coalizione, i partiti al suo interno devono totalizzare almeno il 10% e si considerano solo quelli che arrivano all’1%.
Una caratteristica di questa nuova legge elettorale che ha fatto molto discutere è la possibilità di candidarsi contemporaneamente in un collegio uninominale e fino in 5 circoscrizioni plurinominali. Quindi potenzialmente un candidato potrebbe essere eletto sei volte per poi dover scegliere dove accettare l’elezione.
Il Rosatellum include anche una norma sulla parità di genere: infatti i candidati della parte proporzionale non potranno essere dello stesso sesso per più del 60%, oltre a dover essere alternati nei listini scritti sulla scheda (che ne determinano l’ordine di elezione).
Un’ulteriore novità è rappresentata dalle schede antifrode: ogni scheda avrà un codice identificativo che verrà segnato al momento della consegna della scheda e sarà verificato all’uscita dalla cabina, in modo tale da evitare lo scambio con una scheda già votata. Naturalmente il codice verrà rimosso prima di inserire la scheda nell’urna.

 

Pro e contro

Vediamo ora le ragioni dei favorevoli e dei contrari a questa nuova legge elettorale.
Le forze politiche che hanno contribuito ad approvarla sono il Partito Democratico, Forza Italia, la Lega e le liste centriste come Alternativa Popolare. A loro avviso, la riforma del sistema elettorale era necessaria perché Camera e Senato avevano leggi elettorali diverse, entrambe modificate da sentenze della Corte Costituzionale. Anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha insistito più volte perché il parlamento si desse dei sistemi elettorali uniformi per le due camere. Inoltre, sebbene non ci sia nessuna legge elettorale che assicuri un vincitore in ogni caso, specie con un elettorato diviso fra tre poli quasi alla pari, il Rosatellum riduce il rischio che si debba ricorrere a governi di larghe intese dopo le elezioni, grazie all’introduzione delle coalizioni. Infine, essendo un sistema misto, il Rosatellum cerca di coniugare il meglio di entrambi i tipi di sistema elettorale: la parte proporzionale fa sì che ogni partito sia rappresentato in parlamento secondo le preferenze dei cittadini, mentre la parte maggioritaria permette di creare un collegamento più diretto tra gli eletti in un territorio e i loro elettori.
Coloro che hanno votato contro questa legge elettorale sono stati il Movimento 5 Stelle, Liberi e Uguali e Fratelli d’Italia. La prima critica che viene mossa al Rosatellum è quella di essere stato approvato in parlamento ricorrendo a numerosi voti di fiducia, che è un modo di forzare il dibattito parlamentare dato che si lega il voto in questione alla sopravvivenza del governo. Un altro difetto della nuova legge elettorale è il divieto di voto disgiunto, ossia la possibilità di votare un candidato nel collegio uninominale e un partito non collegato ad esso nella parte proporzionale. In questo modo, a detta dei detrattori della legge, si riduce lo spazio di manovra dei cittadini nel scegliere i loro rappresentanti. Lo stesso accade grazie alla possibilità di candidarsi in più circoscrizioni con la quale gli eletti, potendo scegliere dove accettare l’elezione, saranno in grado di decidere chi dovrà prendere il loro posto. Ma la critica più forte, portata avanti specialmente dai grillini, è data dal fatto che il Rosatellum, favorendo le coalizioni, penalizza chi in una coalizione non ci può entrare per statuto, cioè il Movimento 5 Stelle stesso. È il caso quindi di approfondire la questione: chi ci guadagna e chi ci perde con questa nuova legge elettorale?

 

Chi ci guadagna e chi ci perde

Parlando di legge elettorali è importante capire una cosa: in un sistema partitico variegato come quello italiano, non c’è nessun sistema che può accontentare tutti. È come una coperta troppo stretta che, comunque la si tiri, lascia fuori qualcuno. Dalla tabella qui sotto, realizzata dall’Istituto Cattaneo e riportata da Repubblica, è possibile vedere come, per ciascuna caratteristica di un sistema elettorale, c’è chi ci guadagna e chi ci perde. La caratteristica principale del Rosatellum è la previsione di coalizioni. Ciò permette a due partiti come Forza Italia e Lega che sono dati nei sondaggi intorno al 15% ciascuno, di mettersi insieme in una coalizione di centrodestra per sostenere gli stessi candidati nei collegi uninominali e avere molte più chance di vittoria a confronto di una forza che non intende coalizzarsi con nessuno come il Movimento 5 Stelle. C’è poi il Partito Democratico: benché sia stato un forte sostenitore del Rosatellum, è probabile che finirà per esserne sfavorito, dato che è riuscito a coalizzarsi solo con partiti molto piccoli, insieme ai quali farà fatica a tenere testa al centrodestra. A proposito dei partiti più piccoli, questa legge elettorale favorirà, ancora una volta, quelli che avranno la possibilità di entrare in una coalizione dato che, anche laddove non riuscissero a raggiungere la soglia di sbarramento del 3 per cento, possono comunque ottenere dei seggi accordandosi con i partiti più grandi per proporre loro candidati nei collegi uninominali. Secondo lo stesso ragionamento, i partiti più piccoli che non intendono partecipare a nessuna coalizione (come Liberi e Uguali) dal Rosatellum avranno soltanto da perderci.

 

Come andrà a finire?

Se vi state chiedendo con quale governo ci ritroveremo dopo il 4 marzo, non siete i soli. Quasi sicuramente la sera delle elezioni non si saprà chi ha vinto. E non parliamo dei risultati dello spoglio, ma del fatto che molto probabilmente nessuna coalizione o partito singolo otterrà la maggioranza dei seggi in parlamento necessaria per formare un governo. Saranno quindi necessarie alleanze spurie, come una di larghe intese tra Forza Italia e Partito Democratico o una, meno probabile, del Movimento 5 Stelle con Liberi e Uguali oppure con la Lega. Infatti, dopo essersi sempre detti contrari ad alleanze, sembra che ora i pentastellati abbiano fatto una timida apertura a questa eventualità: Di Maio ha affermato che, se il Movimento non dovesse raggiungere la maggioranza dei seggi, sarà pronto a chiedere ad altre forze politiche di sostenere un governo a 5 stelle, ma esse non potranno chiedere posti di governo e dovranno accettare i 20 punti del programma grillino, a cui tuttavia potranno aggiungere delle loro proposte. Sondaggi alla mano però, lo scenario più probabile dopo il voto del 4 marzo è che nessuna di queste maggioranze sia possibile. Si dovrà quindi tornare a nuove elezioni, preferibilmente dopo aver cambiato la legge elettorale. Un’altra possibilità, remota ma non impossibile, è che effettivamente una delle coalizioni o un partito singolo possa vincere autonomamente. La vittoria è più alla portata di mano per il centrodestra, che si trova in vantaggio secondo gli ultimi sondaggi. In base ad alcuni calcoli, questa legge elettorale permetterebbe di vincere anche con solo il 40-45% dei consensi, a seconda della distribuzione del voto sul territorio italiano.

 

Conclusione

Questo era tutto quello che c’è da sapere sull’attuale legge elettorale e sulle prospettive che apre. Se sia destinata a sopravvivere o meno non lo sappiamo, ma sicuramente queste saranno le regole del gioco per le elezioni del 4 marzo e potranno influenzare non poco il risultato del voto.

 

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Non abbiamo ancora finito di parlare del referendum in Catalogna che dobbiamo già cominciare ad occuparci di quello in Lombardia e Veneto del prossimo 22 ottobre. A scanso di equivoci, bisogna dire che i due casi sono molto diversi: quello in Catalogna è stato un referendum illegale (almeno in base alla legge spagnola) che mirava all’indipendenza per la regione di Barcellona, mentre i referendum consultivi di Lombardia e Veneto sono perfettamente legali e aspirano a garantire alle due regioni del Nord Italia più autonomia dallo stato centrale, in termini di aree di competenza ma soprattutto in termini di gestione delle risorse fiscali. Continua a leggere

Domenica 11 giugno, dalle 7 alle 23, saranno aperti i seggi elettorali per le elezioni comunali. Si vota in 1005 comuni (tra cui 25 capoluoghi di provincia), con più di 9 milioni di cittadini chiamati ad esprimersi. Gli abitanti di Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige sono già andati alle urne lo scorso 7 maggio. In ogni comune possono votare tutti i residenti maggiorenni che siano cittadini italiani o cittadini di un altro stato dell’Unione Europea (questi ultimi solo se ne hanno fatto domanda a tempo debito). L’eventuale turno di ballottaggio per i centri sopra i 15 mila abitanti si terrà domenica 25 giugno, sempre dalle 7 alle 23.

Tra le città in cui si vota ricordiamo Verona, Padova, Piacenza, Monza, Genova, Parma, L’Aquila, Taranto e Palermo. Il comune più piccolo chiamato alle urne è Blello, nella bergamasca, con i suoi 76 abitanti. Quello più grande è Palermo con 657 mila residenti. In sette comuni le elezioni sono state rinviate perché non si è presentata nessuna lista.

 

COME SI VOTA

Attenzione! Queste regole valgono per le regioni a statuto ordinario. Ci potrebbero essere alcune differenze in quelle a statuto speciale.

 

Comuni oltre i 15.000 abitanti (10.000 in Sicilia)

Si vota su un’unica scheda, dove saranno elencati tutti i candidati sindaco e, a fianco di ciascuno, le liste che lo supportano. È possibile votare in tre modi:

  • tracciando un segno solo sul nome del candidato sindaco: in questo modo, si vota soltanto lui e nessuna delle liste collegate;
  • tracciando un segno solo sul simbolo di una lista: in questo modo, si vota sia la lista che il candidato sindaco a cui è collegata;
  • tracciando un segno sia su una lista che su un candidato sindaco non collegato ad essa (è il cosiddetto “voto disgiunto“).

Se si traccia un segno su una lista è possibile esprimere una o due preferenze scrivendo il cognome del candidato consigliere di cui si vuole agevolare l’elezione. Se però le preferenze che si vogliono assegnare sono due, devono essere di sesso diverso.

Viene eletto sindaco il candidato che raggiunge il 50% più uno dei voti validi. Se questa soglia non viene raggiunta, si terrà un secondo turno di ballottaggio, a cui accederanno i due candidati che hanno ottenuto più voti nel primo turno e da cui uscirà il vincitore. Tra i due turni, le liste il cui candidato sindaco è stato estromesso dalla corsa possono decidere di apparentarsi ad uno dei due candidati che si sfideranno al ballottaggio.

I seggi in consiglio comunale vengono assegnati in modo proporzionale (con il medoto d’Hondt). Alle liste collegate al candidato sindaco vincente viene assegnato almeno il 60% dei seggi (con un turno solo, c’è la condizione che esse devono aver raggiunto almeno il 40% dei voti validi).

 

Comuni sotto i 15.000 abitanti

Si vota su un’unica scheda, dove saranno elencati tutti i candidati sindaco e, a fianco di ciascuno, la lista che lo supporta. Si vota tracciando un segno sul candidato sindaco che si favorisce. In questo modo, verrà votata anche la lista che lo accompagna. È possibile esprimere una preferenza, scrivendo il candidato consigliere di cui si vuole agevolare l’elezione. Nei comuni sopra i 5.000 abitanti, le preferenze possono essere due, purché di sesso diverso.

Viene eletto il candidato sindaco che ha ottenuto il maggior numero di voti (è previsto il ballottaggio solo in caso di parità fra le liste più votate). Alla lista vincitrice spettano i due terzi dei seggi in consiglio comunale, mentre i posti restanti vengono distribuiti in modo proporzionale fra le altre formazioni.

Se in un comune si dovesse presentare una lista soltanto, le elezioni saranno valide solo nel caso che si rechino ai seggi il 50% più uno degli aventi diritto al voto (e che almeno la maggioranza di essi esprima un voto valido). In caso contrario, il comune verrà commissariato e si tornerà alle urne nel successivo turno elettorale.

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Secondo le stime preliminari dell’Istat, il 2016 è stato il primo anno dal 1959 in cui l’Italia si è trovata in deflazione. Per la precisione, dello 0,1% rispetto all’anno precedente. Ma cosa significa deflazione?

Cosa significa

La deflazione è la diminuzione del livello generale dei prezzi di beni e servizi. Con la deflazione, il valore della moneta aumenta: con un euro si possono comprare più cose di quanto si poteva fare prima.
Capita più spesso però di sentire parlare dell’opposto, cioè dell’inflazione, che consiste invece nell’aumento dei prezzi e quindi nella perdita di valore della moneta. A scuola abbiamo studiato l’iperinflazione che si verificò in Germania nel periodo tra le due guerre mondiali, quando dalla sera alla mattina i prezzi raddoppiavano o triplicavano. Qualcosa di simile sta accadendo oggi in Venezuela, dove i soldi invece di essere contati cominciano ad essere pesati.
Lo scenario di una iperinflazione è sicuramente negativo, perché significa che la moneta non viene più considerata un mezzo sicuro per comprare e vendere le cose. Tuttavia, anche la deflazione può creare dei problemi.

Le conseguenze

Intuitivamente, se i prezzi calano, potremmo pensare che sia un bene per l’economia come lo è sicuramente per i nostri portafogli. Ma non è così.
Oggi i prezzi scendono perché la gente fa meno acquisti a causa della crisi o perché vuole risparmiare, essendo preoccupata per il proprio futuro. Siccome c’è meno domanda sul mercato, le imprese abbassano i prezzi per spingere i consumatori ad acquistare i loro beni e servizi. I consumatori però, aspettandosi che i prezzi possano scendere ancora, potrebbero decidere di procrastinare le spese, almeno quelle più importanti. Questo non fa altro che ridurre ulteriormente la domanda e di conseguenza i prezzi, rischiando di innestare una spirale negativa di recessione e deflazione.
Inoltre le imprese, dal momento che vendono meno e i loro ricavi sono inferiori, tenderanno a ridurre i costi di produzione. Ciò significa che acquisteranno meno materie prime, faranno meno investimenti per migliorare e allargare la produzione, ma soprattutto assumeranno meno e ridurranno gli stipendi.
Ma non è finita qui. Sul versante finanziario, se la moneta acquista valore con la deflazione, i debitori saranno penalizzati, dato che il debito rimane lo stesso mentre il reddito a disposizione per ripagarlo si restringe. Per esempio, le famiglie con un mutuo si ritroveranno a farvi fronte con stipendi più bassi. La stessa cosa vale per il debitore più grande di tutti, lo stato, che dovrà pagare gli interessi sul nostro enorme debito pubblico con minori entrate fiscali.
Insomma, ci troviamo di fronte ad un cane che si morde la coda: più i prezzi si riducono più l’economia va male, più l’economia va male più i prezzi si riducono.

Le soluzioni

Lo stato può aiutare l’economia a riprendersi con tre strumenti: con la politica monetaria, con quella fiscale e con la spesa pubblica.
La politica monetaria è gestita dalle banche centrali, che godono di una certa autonomia rispetto ai governi e hanno il compito di controllare la quantità di moneta in circolazione. In caso di deflazione, ci si aspetta che la banca centrale immetta liquidità nel mercato finanziario. Una maggiore liquidità implica una perdita di valore della moneta e quindi più inflazione.
Negli ultimi anni la Bce (Banca Centrale Europea), seguendo l’esempio di altre banche centrali del mondo, ha iniettato liquidità nel mercato, anche se questo ha dato solo una spinta limitata alla crescita economica e all’inflazione.
L’altro soggetto che può fare qualcosa contro la deflazione è il governo, con la doppia leva della politica fiscale, cioè abbassando la tassazione per favorire i consumi da parte delle famiglie, e dell’intervento diretto nell’economia, investendo denaro in settori chiave per dare lavoro a chi lo ha perso. Tuttavia, lo stato italiano è troppo indebitato per potersi permettere di spendere e spandere, quindi può fare poco.

C’è da preoccuparsi?

Abbiamo parlato delle gravi conseguenze che la deflazione può scatenare e di come le armi dello stato per combatterla siano spuntate. Dobbiamo quindi strapparci i capelli? Forse non ancora. È vero che la nostra economia è ferma ormai da qualche anno però, come abbiamo detto, la deflazione registrata nel 2016 è molto bassa: 0,1%. Peraltro, ciò è dovuto principalmente al prezzo del petrolio, il cui calo ha abbassato tutta la media.
Per il prossimo futuro, è previsto un ritorno dell’inflazione, seppur di pochi decimali. Gli economisti considerano ottimale un’inflazione vicina ma inferiore al 2%. Se questo obiettivo non sarà presto raggiunto e l’economia continuerà a sperimentare una bassa crescita e una bassa inflazione per molto tempo, quello sarà il momento di iniziare a preoccuparsi seriamente.

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Nelle prossime settimane si parlerà molto di Europa. Il 25 marzo si celebrerà infatti il 60° anniversario del Trattato di Roma che istituì quella che sarebbe diventata l’Unione Europea. Quel giorno i leader dei 27 stati membri (Regno Unito escluso, naturalmente) si riuniranno a Roma per rilanciare il progetto europeo. E fin qui tutti d’accordo. È quando si arriva al come che sorgono i problemi.
Le strade che l’Europa potrà prendere nei prossimi anni sono state semplificate dal Libro Bianco pubblicato dalla Commissione Europea in 5 possibili scenari.

 


Scenario 1 – “Avanti così”
Nessun modifica delle regole europee: le istituzioni sovranazionali continueranno ad occuparsi delle competenze a loro riservate e per risolvere tutti i nuovi problemi che vediamo ora e che sorgeranno in futuro ci si affiderà alla buona volontà degli stati di trovare un accordo fra di loro, se riusciranno a farlo. Questa opzione, secondo VoteWatch, è vista di buon occhio dai paesi nordici, come la Svezia e la Danimarca.

 


Scenario 2 – “Solo il mercato unico”
L’UE riduce progressivamente il suo campo d’azione al suo core business, ovvero il libero movimento di beni, servizi, capitali e lavoratori al suo interno. Quindi meno di quanto fa oggi. Questo scenario, l’unico escluso espressamente dal presidente della Commissione Juncker, potrebbe essere quello più vicino ai partiti euroscettici e dal Regno Unito in uscita, se non fosse per il libero movimento delle persone, la cui eliminazione sta molto a cuore a questi soggetti.

 


Scenario 3 – “Chi vuole di più fa di più”
È l’Europa a più velocità di cui tanto si parla: gruppi di paesi all’interno dell’UE che sono d’accordo su una maggiore integrazione in un determinato campo possono andare avanti senza aspettare che anche tutti gli altri siano d’accordo. Questo permetterebbe per esempio ai paesi dell’Euro di istituire un ministro dell’economia unico e armonizzare i loro sistemi fiscali oppure a chi ci sta di creare una maggiore collaborazione militare. Questo scenario è quello che è stato rilanciato nell’incontro di Versailles dai leader di Germania, Francia, Italia e Spagna, ma viene avversato dai paesi dell’Est (specie dal cosiddetto Gruppo di Visegrád, composto da Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia) che temono di essere lasciati indietro. Comunque, qualcuno fa notare che un’Europa a più velocità esiste già.

 


Scenario 4 – “Fare meno in modo più efficiente”
Come nel secondo scenario, il raggio d’azione dell’UE si restringe, ma nei campi in cui continua ad avere un ruolo, i poteri dell’Unione vengono rafforzati in modo da rispondere meglio ad alcuni problemi. Questa opzione è portata avanti dal Gruppo di Visegrád che da una parte non vuole un’Europa sociale e non vuole che Bruxelles si impicci nelle sue faccende domestiche (in questi mesi c’è frizione con Polonia e Ungheria, i cui governi stanno approvando riforme che in Europa vengono giudicate illiberali), dall’altra vorrebbe una maggiore collaborazione in campo militare.

 


Scenario 5 – “Fare molto di più insieme”
È l’opzione preferita dagli Europeisti più ferventi e quella che più difficilmente sarà percorsa in questi anni di euroscetticismo dilagante. Essa prevede di perseguire il principio sancito dai trattati della “ever closer union”, l’unione sempre più stretta tra i paesi europei, e di spingere sul pedale della maggiore integrazione, mettendo in comune nuovi settori. Per ribadirlo, alcune organizzazioni europeiste hanno organizzato una marcia per l’Europa a Roma proprio il 25 marzo, in concomitanza con il vertice dei capi di stato e di governo.

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Da alcuni anni ormai la politica sta cambiando. In molti paesi occidentali guadagnano sempre più consensi idee, partiti e candidati molto diversi da quelli che abbiamo conosciuto finora. Nel 2016 abbiamo visto i primi segni tangibili di questa trasformazione: il voto sulla Brexit e l’elezione di Donald Trump. Due esiti che apparivano fantascienza fino a pochi mesi prima.
Schiere di osservatori, politici e giornalisti hanno tentato di trovare una spiegazione all’emergere di queste forze, spesso definite populiste. In molti hanno puntato il dito contro le bufale e le notizie false diffuse sul web da parte di siti più o meno vicini a questi movimenti. Si è arrivati a parlare di politica della post-verità, in cui i fatti oggettivi passano in secondo piano rispetto alle emozioni e alle convinzioni personali. Le bufale hanno avuto certamente un ruolo, ma l’ascesa del populismo sembra essere spiegata meglio con il crescente risentimento per le élite e per una classe dirigente incapace di affrontare la crisi e il lento ma costante declino delle economie occidentali. Problemi come la globalizzazione e l’immigrazione sono molto sentiti specialmente dalla classe media, che sta vedendo i propri salari restringersi e il lavoro diventare sempre più precario. È proprio la spiegazione economica al populismo che vogliamo approfondire in questo video.

 

Iniziamo il nostro ragionamento partendo da un libro: Postcapitalismo, scritto dal giornalista inglese del Guardian Paul Mason. In questa sede però, la tesi di fondo sostenuta da Mason non ci interessa. Ciò che ci importa è la sua analisi sull’evoluzione dell’economia negli ultimi secoli.
È dato per assodato dagli studiosi che l’economia si muova per cicli della durata di pochi anni: periodi di espansione e di crescita seguiti da periodi di depressione e crisi. È una teoria più minoritaria invece quella per cui questi cicli brevi si inseriscano in cicli più lunghi, della durata di 50-70 anni. Questi ultimi si sviluppano in forma di onde, le cosiddette Onde di Kondrat’ev, dal nome dell’economista russo Nicolaj Kondrat’ev che le ha ipotizzate per primo. Mason mescola la teoria delle onde lunghe con alcuni elementi della tradizione marxista, spiegando che un’onda inizia dopo un periodo turbolento con guerre e rivoluzioni, in cui i capitali si sono accumulati nel settore finanziario e sono state inventate nuove tecnologie che però hanno avuto difficoltà ad affermarsi fino a quel momento. Con l’inizio della fasce ascendente dell’onda, i capitali si riversano nell’economia reale e nascono nuovi modelli di impresa basati proprio su quelle innovazioni incubate nel periodo precedente. Inizia così una fase di prosperità e crescita, in cui risulta accettabile redistribuire la ricchezza verso le fasce più povere della popolazione. Arriva però un momento in cui tutto ciò si interrompe: all’improvviso ci si accorge che le aspettative per un futuro florido come il presente possono essere sbagliate, ci si rende conto che la crescita attesa in molti settori non si verificherà e che i capitali investiti troppo alla leggera non saranno più ripagati. Ci si avvia quindi verso un periodo di incertezza sui mercati, sulle monete e sugli assetti globali. I salari vengono colpiti e lo stato sociale ridimensionato. I capitali ritornano ad affluire verso il mondo della finanza. Le crisi si fanno sempre più frequenti e profonde, spianando la strada a conflitti e guerre. E alla fine un’altra onda prende il sopravvento.

 

Dalla prima rivoluzione industriale, gli economisti individuano quattro o cinque cicli, a seconda dell’interpretazione a cui si fa riferimento. Ogni onda però è diversa dalla precedente: ogni ciclo porta con sé un sistema socio-economico del tutto nuovo. Scrive Mason che “il momento della mutazione è fondamentalmente economico. È l’esaurimento di un’intera struttura – modelli di impresa, insiemi di competenze, mercati, valute, tecnologie – e la sua rapida sostituzione con una struttura nuova”.
Forse è il caso di fare un esempio. Il ciclo in cui ci troviamo ora è iniziato subito dopo la seconda guerra mondiale. Già prima del 1945 erano state compiute invenzioni e scoperte molto importanti, ma il conflitto mondiale causato anche dagli squilibri economici e finanziari precedenti aveva impedito che esprimessero il loro potenziale. Nel dopoguerra si creò da zero un nuovo sistema economico, basato su nuove tecnologie come l’automazione delle fabbriche, nuove fonti energetiche come il petrolio e su un nuovo paradigma economico, costituito dal fortunato connubio di libero mercato e protezione sociale da parte dallo stato. Ciò ha garantito una lunga fase di prosperità. Lo stadio ascendente dell’onda si è concluso nel 1973. La crisi petrolifera ha avviato la fase discendente, in cui i salari hanno smesso di crescere e gli investimenti sono passati dai settori produttivi al mondo della finanza.
Ora, resta da capire un ultimo punto: cosa provoca la fine di un ciclo e l’inizio di un altro? Cosa riscatta l’economia da un lungo periodo di declino e la mette sulla strada di una rinnovata prosperità? Paul Mason cerca la risposta a queste domande nell’azione delle classi sociali. Come abbiamo detto, nella parte calante di un ciclo assistiamo ad un restringimento dei salari e del welfare, quindi la classe media è quella su cui ricade di più il peso della recessione economica. L’apertura di un nuovo ciclo avviene quando questo peso diventa insostenibile, i lavoratori si rivoltano e il sistema è costretto ad una trasformazione radicale. Dice Mason: “lo stato è costretto ad agire: formalizzando nuovi sistemi, incentivando le nuove tecnologie, fornendo capitali e tutele a chi innova”.

 

Perché abbiamo parlato di tutto questo per spiegare l’ascesa del populismo? Perché quello a cui stiamo assistendo è molto simile a quanto previsto dal modello di Mason. A partire dagli anni 80, i salari nei paesi occidentali sono cresciuti molto poco e la ricchezza si è spostata sempre di più verso le rendite e i profitti della fetta più ricca della popolazione. A partire dalla crisi economica del 2008, la classe media ha visto il proprio tenore di vita sprofondare. Molti hanno perso il lavoro e chi l’ha mantenuto ha dovuto accettare condizioni lavorative decisamente più precarie. Le nuove generazioni hanno davanti un futuro che rischia di essere peggiore di quello della generazione precedente.
Per questo molti oggi se la prendono con la globalizzazione e l’immigrazione, che diventano dunque i bersagli preferiti di Trump, dei sostenitori della Brexit e di tutte quelle forze anti-establishment che spuntano come funghi in Europa. Laddove la politica tradizionale sembra aver finito le cartucce senza riuscire a portare un vero cambiamento, gli elettori decidono di dare una chance a chi rappresenta la novità e la rottura col mondo precedente.
Questi nuovi soggetti, tuttavia, non sembrano avere a portata di mano le soluzioni necessarie. Le loro proposte, quando esistono, sono confuse e parziali. Il loro immaginario guarda al passato, si rivolgono ad elettori nostalgici di un mondo che era facile comprendere mentre sono spaventati dalle sfide del presente. Come nei momenti finali di un ciclo, oggi assistiamo a innovazioni straordinarie nei campi di Internet, dell’intelligenza artificiale, della stampa 3D e delle energie rinnovabili. Ma il mondo di oggi non sembra ancora pronto per accoglierle. Inoltre servirà altro tempo prima di poter toccare con mano il loro immenso potenziale. Quindi forse il populismo è solo una fase di passaggio, superata la quale conosceremo l’inizio di un nuovo ciclo e di un nuovo periodo di benessere con prospettive che ancora non possiamo immaginare.

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Se non siete appena tornati da un’isola deserta, già lo sapete: il referendum di domenica 4 dicembre ha respinto a larga maggioranza la riforma della costituzione del governo Renzi. Il “no” ha vinto con quasi il 60% dei consensi contro il 40% del “sì”. Anche l’affluenza è stata più alta delle aspettative: il 65% degli italiani si è recato alle urne, il 68% se escludiamo il voto all’estero. Segno che questo referendum è stato molto sentito.
La conseguenza più immediata del voto sono state le dimissioni di Matteo Renzi, annunciate nella notte dello spoglio e formalizzate la sera di mercoledì 7 dicembre, dopo l’approvazione della legge di bilancio. Si è aperta dunque la crisi di governo. Le dimissioni del presidente del consiglio implicano infatti la fine dell’intero esecutivo. Le decisioni sul da farsi spettano ora al presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Quindi, cosa può succedere adesso? Abbiamo davanti tre scenari: le elezioni anticipate, un altro governo guidato da Renzi o un nuovo governo guidato da altri.
La seconda ipotesi rimane molto improbabile: è da mesi che Renzi minaccia le dimissioni in caso di sconfitta al referendum. Quindi è difficile che accetti di restare a palazzo Chigi ed è difficile che accetti di tornarci senza essere passato prima da nuove elezioni.
La prima ipotesi è quella auspicata da molti ma, eccetto la Lega, tutti gli altri chiedono che si voti soltanto dopo aver modificato la legge elettorale. Ma per farlo, potrebbe essere necessario un nuovo governo e si arriva quindi alla terza ipotesi.

Per capire questo punto però, dobbiamo fare un passo indietro. La legge elettorale è il meccanismo con cui i voti vengono tramutati in seggi parlamentari. Oggi la Camera e il Senato si ritrovano, a seguito di varie vicissitudini, con due leggi molto diverse. E questo, in caso di nuove elezioni, potrebbe rappresentare un problema serio perché ci ritroveremmo con un parlamento in cui non si riesce a trovare una maggioranza in entrambe le camere che voti la fiducia al governo.
Vediamo cosa succederebbe se andassimo a votare in questo momento. Secondo i sondaggi, lo spettro politico è diviso in tre poli, tutti intorno al 30% dei consensi: il Partito Democratico, il Movimento 5 Stelle e un polo di centrodestra suddiviso tra Forza Italia e Lega. Questo status quo, alla Camera verrebbe tradotto in seggi dall’Italicum, in base al quale il partito che arriva primo (in un unico turno o con un ballottaggio) conquista il 55% dei seggi. Il resto va a tutti i partiti di opposizione, a patto che abbiano superato la soglia del 3% dei voti.
Al Senato, è invece in vigore il cosiddetto Consultellum, ossia la legge con cui si è votato alle ultime elezioni politiche così come è stata modificata dalla corte costituzionale. In base a questo sistema elettorale, la percentuale di seggi che ogni partito ottiene è esattamente la percentuale di voti presi alle elezioni, a patto che abbia superato la soglia di sbarramento dell’8%. L’effetto combinato di queste due leggi elettorali e dell’attuale distribuzione del consenso fra i partiti sarebbe quello di dare alla forza politica che prende più voti la maggioranza alla camera, mentre dovrebbe cercarsi degli alleati di governo al senato. Il risultato è un rischio paralisi: se vincesse il Movimento 5 Stelle, sappiamo che non vuole fare alleanze con nessuno; ma anche se fosse il Partito Democratico ad uscire vincente dalle urne, dovrebbe allearsi con Forza Italia e con un altro partito, ma nessun altro sarebbe disposto ad entrare in una coalizione simile stando alle posizioni attuali. Lo stesso vale se dovesse vincere un’eventuale coalizione di centrodestra.
Questo ci fa capire perché Mattarella, come è emerso nelle ultime ore, non è disposto a sciogliere le camere con l’attuale sistema elettorale. Tanto più che la corte costituzionale si esprimerà il prossimo 24 gennaio sull’Italicum, la legge vigente alla Camera, e potrebbe apportarvi delle modifiche consistenti.

Dunque, cosa succederà adesso? Nelle prossime ore, il presidente Mattarella terrà una serie di consultazioni con i gruppi parlamentari per verificare la loro disponibilità a dare vita ad un nuovo governo. Come dicevamo, l’esito più probabile è la nascita di un nuovo esecutivo senza Renzi, ma sostenuto dalla sua stessa maggioranza, quindi dal Pd, dal Nuovo Centro Destra di Alfano e dai gruppi centristi come l’Udc di Casini, oltre che dall’incognita di Ala di Verdini.
Chi potrebbe guidare il nuovo governo? Sono 5 i nomi che passano di bocca in bocca in questi momenti: quello di Piero Grasso, l’attuale presidente del senato; quello di Pier Carlo Padoan, il ministro dell’economia uscente; quello di Dario Franceschini, ministro della cultura; quello di Paolo Gentiloni, ministro degli esteri e quello di Graziano Delrio, ministro delle infrastrutture.

Sui compiti e sulla durata del nuovo esecutivo, sarà tutto da vedere. Di sicuro, la sua priorità sarà quella di dare al paese una nuova legge elettorale che garantisca un minimo di stabilità dopo le prossime elezioni politiche. Sulla sua durata, va considerato che la prossima primavera vedrà due appuntamenti importanti che richiedono un governo nel pieno dei suoi poteri: a fine marzo ci saranno le celebrazioni del Trattato di Roma che ha istituito la Comunità Europea e a fine maggio si terrà il G7 a Taormina. Inoltre, i parlamentari alla prima legislatura potrebbero essere restii a consentire elezioni anticipate prima della metà di settembre, quando acquisiranno il diritto alla pensione. Quindi le prossime elezioni si terranno con buona probabilità nell’autunno 2017 o all’inizio del 2018.

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C’è chi dice, con una provocazione, che alle elezioni presidenziali degli Stati Uniti dovrebbero poter votare tutti i cittadini del mondo. Questo perché le decisioni che prende il presidente della maggiore superpotenza economica e politica non possono che influenzare il resto del globo. Vale ancora di più quest’anno, dato che i candidati hanno visioni del mondo radicalmente diverse.

Il candidato repubblicano

Come sapete, la politica americana è monopolizzata da due grandi partiti, il partito repubblicano e quello democratico. Questi due partiti, nei mesi precedenti alle elezioni, organizzano delle primarie regolate per legge per scegliere i loro candidati alla Casa Bianca. In questa occasione, le primarie repubblicane sono state molto partecipate. C’era Jeb Bush, figlio e fratello di due ex presidenti; c’era Marco Rubio, il candidato di origine latino-americana; c’era Ted Cruz, un senatore su posizioni molto conservatrici e c’era Donald Trump, che a sorpresa ha stravinto la corsa repubblicana. Ma chi è Donald Trump?

Donald Trump è un imprenditore immobiliare celebre per i suoi hotel, casinò e grattacieli sparsi per l’America, come la Trump Tower a Manhattan dove ha presentato la sua candidatura. È diventato conosciuto al grande pubblico anche per essere l’organizzatore di Miss Usa e Miss Universo e il protagonista del reality show The Apprentice, dove ricopre il ruolo del giudice esigente e severo di alcuni aspiranti imprenditori. Inoltre, ha fatto numerose apparizioni sia nel cinema che in televisione. Di Trump si devono menzionare anche alcune grane con la giustizia e diverse bancherotte, oltre ad alcune recenti indagini sui finanziamenti della fondazione benefica intitolata a suo nome, che sarebbero stati usati per scopi personali e per pagare un procuratore al fine di far chiudere un’indagine a suo carico.

La candidatura di Donald Trump è stata inizialmente presa poco sul serio, sia per il personaggio, sia perché altre volte aveva detto di voler correre per la Casa Bianca per poi ritirarsi. Ma presto si è capito che non stava affatto scherzando. Fin da subito ha attirato le attenzioni dei media per le sue posizioni estremiste sull’immigrazione, le tasse e il terrorismo, in base alle quali viene spesso definito un populista. Ripetendo lo slogan “make America great again” (“fare l’America di nuovo grande”) ha promesso di costruire un muro lungo la frontiera sud e di farlo pagare al Messico, ha chiamato i messicani stupratori, ha detto di voler cacciare tutte le persone di religione islamica dal paese, si è preso gioco di un giornalista disabile, ha insultato la famiglia di un soldato morto in guerra e ha detto che Obama è il fondatore dell’Isis. Ciononostante, i suoi consensi non hanno fatto che aumentare grazie alle sue promesse di combattere l’immigrazione, usare le maniere forti contro il terrorismo e cambiare i trattati sul libero scambio, per ridare ai lavoratori americani le occupazioni perse con la globalizzazione.

Insomma, la sua è una figura controversa, che una buona parte della popolazione vede in modo sfavorevole e divide il suo stesso partito. Tuttavia, è riuscito a raccogliere molti sostenitori essendosi presentato come un candidato anti-establishment e portatore di cambiamento, l’unico a dire le cose come stanno e a battersi contro il politicamente corretto. Le fasce demografiche fra cui Trump proprio non riesce a sfondare sono quelle dei neri e dei latino-americani e anche fra le donne e i giovani fatica ad affermarsi. Il suo bacino di voti è composto prevalentemente dai maschi bianchi della classe lavoratrice, che negli ultimi anni hanno perso il lavoro o si sono impoveriti a causa, secondo loro, della globalizzazione e dell’immigrazione.

La candidata democratica

Dall’altra parte, le primarie democratiche sono state invece una corsa a due e molto meno scontata. A sfidare Hillary Clinton si è fatto avanti un anonimo senatore ultrasettantenne che si definisce addirittura socialista, praticamente un tabù negli Stati Uniti. Ma spiegando di definirsi così per le sue posizioni a favore di una democrazia di tipo scandinavo, con uno stato sociale avanzato, l’università gratuita e la sanità per tutti, è riuscito a riscuotere l’entusiasmo di molti elettori, specie di giovane età. Bernie Sanders – questo il suo nome – si è proposto come un candidato di rinnovamento, impegnato a combattere contro lo strapotere di Wall Street e contro le disuguaglianze economiche. Dopo aver ottenuto molti più voti di quanti gli osservatori avevano previsto, ha però poi dovuto ammettere la sconfitta per mano dell’avversaria, Hillary Clinton, la prima donna candidata alla Casa Bianca dai due maggiori partiti americani.

Hillary Rodham Clinton nasce nel 1947 a Chicago in una famiglia di tendenze conservatrici. Compie studi in scienze politiche e in legge e si interessa di politica fin dagli anni dell’università a Yale, dove incontra il futuro marito Bill. Alterna il lavoro da avvocato impegnato nel sociale con l’attività politica portata avanti insieme al marito, che diventa prima governatore dello stato dell’Arkansas e poi presidente degli Stati Uniti nel 1993. Da First Lady, Hillary Clinton svolge un ruolo molto importante nel supportare l’attività del consorte e, quando lui conclude il suo mandato, si candida e conquista il seggio da senatore per lo stato di New York. Nel 2008 si presenta alle primarie democratiche ma perde contro Barack Obama, di cui diventa poi segretario di stato, cioè l’equivalente americano del nostro ministro degli esteri.

In questa veste, è coinvolta nei due principali scandali che oggi le vengono rinfacciati dai repubblicani. Il primo è l’attacco all’ambasciata americana a Bengazi in Libia nel 2012, finito con due morti tra cui l’ambasciatore Usa, per cui viene accusata di non aver garantito le necessarie misure di sicurezza. Il secondo è lo scandalo, scoppiato più recentemente, delle e-mail. In questo caso, la Clinton è biasimata per aver usato un account di posta elettronica privato per il lavoro, comprese le comunicazioni top segret. Nonostante ciò fosse legale, quando gli è stato chiesto di consegnare le mail per poterle archiviare come da prassi, lei ha detto di avere anche la posta personale su quell’account così, prima di consegnare il suo contenuto, ha eliminato circa la metà delle mail.

Benché questi non siano esattamente scandali che fanno perdere un’elezione, specie se confrontati con quelli dell’avversario, hanno intaccato l’immagine che la Clinton tenta di dare di sé, come di una candidata competente e affidabile. Inoltre, le reticenze e in certi casi le bugie che hanno accompagnato questi episodi hanno rafforzato la convinzione di una parte dell’opinione pubblica americana che la Clinton sia una persona calcolatrice, disposta a mentire e a cambiare le sue idee a seconda della convenienza. I decenni che ha passato sotto i riflettori hanno inoltre contribuito a logorare la sua immagine e a farla apparire agli occhi degli elettori come una rappresentante dell’establishment e dei poteri forti, anche a causa della rete di relazioni costruita con la Fondazione Clinton. Inoltre, come ha ammesso lei stessa, non è esattamente un animale politico, in pubblico appare fredda e distaccata e questo le impedisce di far breccia nei cuori di molti potenziali elettori.

La corsa alla Casa Bianca

Se Donald Trump sembra un candidato troppo estremista per poter vincere, la sua debolezza è compensata da quella di Hillary Clinton. Secondo un recente sondaggio del Washington Post, entrambi i contendenti attirano un giudizio negativo da parte del 60% della popolazione. E questa è l’unica cosa che hanno in comune. In un sistema politico dove di solito i candidati, essendo soltanto due, tendono a convergere al centro, questa volta si scontrano due personaggi molto diversi e due visioni del mondo radicalmente contrapposte. Da una parte abbiamo una figura affidabile e competente e una potenziale prima donna presidente, ma che viene percepita come l’espressione di una classe dirigente che non riesce a risolvere i problemi. Dall’altra, troviamo un uomo che dice di battersi contro un sistema truccato e promette di fare l’America di nuovo grande, ma che usa toni violenti, non rispetta le minoranze e apprezza leader autoritari come il russo Putin.

Per fare delle previsioni sull’esito di queste elezioni, bisogna ricordare che il voto per la presidenza degli Stati Uniti non è diretto, ma avviene su base statale. Ciascuno dei 50 stati americani elegge i propri grandi elettori, il cui numero è calcolato in proporzione alla loro popolazione. Saranno poi loro a votare per il presidente secondo l’indicazione di voto data dallo stato di appartenenza. Nella quasi totalità dei casi, il candidato che vince in uno stato si assicura così tutti i suoi grandi elettori. Il totale è 538 grandi elettori, ne servono quindi 270 per vincere.

Bisogna anche sapere che un grande numero di stati vota sempre per l’uno o per l’altro partito. Per esempio, la California e gli stati del nord-est sono tradizionalmente democratici, mentre gli stati del profondo sud come il Texas votano repubblicano. Ci sono poi i “swing states”, cioè gli stati in bilico, quelli che di fatto decidono chi vince e chi perde. Sono una decina e alcuni cambiano nel corso del tempo. Quelli da tenere d’occhio quest’anno, perché sono tradizionalmente in bilico e perché regalano al vincitore un consistente numero di grandi elettori, sono la Florida, l’Ohio e la Pennsylvania.

Ma l’8 novembre non sarà eletto soltanto il 45° presidente degli Stati Uniti. I cittadini americani saranno chiamati a scegliere anche i membri della camera e di una parte del senato. È importante ricordarlo perché in America il presidente può dover convivere con un congresso di un diverso colore politico. Tutt’oggi il democratico Obama deve collaborare con un congresso dove entrambe le camere sono a maggioranza repubblicana. Dopo l’8 novembre, secondo le previsioni, la camera rimarrà saldamente in mano ai repubblicani, mentre i democratici hanno qualche chance di conquistare il senato.

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Il prossimo autunno tutti i cittadini italiani maggiorenni saranno chiamati alle urne per dire la loro sulla riforma della Costituzione fatta dal governo Renzi. Il parlamento ha dato il suo via libera lo scorso aprile, ma non avendo raggiunto i due terzi dei voti come previsto in questi casi, l’ultima parola spetta ai cittadini.

La Costituzione è la legge fondamentale dello stato, ciò significa che non solo deve essere rispettata da tutti i cittadini, ma anche che tutte le altre leggi che vengono quotidianamente approvate dal parlamento non possono essere in contrasto con essa.

La riforma di Boschi e Renzi modifica solo la seconda parte della carta costituzionale, cioè quella che tratta l’organizzazione dello stato, mentre la prima parte, sui diritti e doveri dei cittadini, rimane praticamente intatta.

Attenzione perché in questo caso, a differenza di quanto previsto per i referendum abrogativi, non c’è quorum, quindi il risultato del voto sarà valido in ogni caso, che voti il 10 oppure il 90% degli aventi diritto.

Vediamo ora cosa prevede la riforma e quali sono le ragioni dei favorevoli e dei contrari.

 

CAPITOLO 1 – LA RIFORMA

 

Il senato. Il cambiamento più importante che viene apportato alla costituzione riguarda il Senato. Oggi in Italia vige il cosiddetto bicameralismo perfetto o paritario. Ciò significa che la Camera e il Senato hanno gli stessi poteri e le stesse funzioni. La riforma prevede invece che il Senato rappresenti le istituzioni locali e abbia una composizione e delle funzioni diverse da quelle di oggi. Innanzitutto, il nuovo senato sarà composto da 100 membri (rispetto ai 315 attuali): 74 consiglieri regionali, scelti in base alla loro elezioni, 21 sindaci selezionati sempre dalle regioni e 5 personalità nominate dal presidente della repubblica “per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario”. I rappresentanti delle regioni e i sindaci rimarranno in carica per la durata dei consigli regionali che li hanno eletti, mentre il mandato dei senatori scelti dal capo dello stato durerà 7 anni. Un’importante novità è che i senatori non riceveranno alcuna indennità, se non quella percepita come consiglieri regionali o come sindaci.

 

Anche il ruolo del Senato nel processo legislativo cambia radicalmente. Oggi, tutte le proposte di legge devono essere discusse e votate da entrambe le camere e, se una apporta delle modifiche, il testo deve tornare all’altra camera per essere approvato nello stessa identica formulazione. Questo procedimento è conosciuto con il nome di “navetta”. La riforma prevede che la navetta rimanga soltanto per le leggi che modificano o attuano la Costituzione e per quelle legate ai rapporti con gli enti locali o l’Unione Europea. Per tutte le altre, il potere decisionale spetterà alla sola Camera dei deputati, mentre il Senato svolgerà un ruolo principalmente consultivo. In che modo? Per ogni nuova legge approvata dalla Camera, un terzo dei senatori potrà chiedere che sia esaminata anche dal senato, che avrà 30 giorni per farlo. E se decide di proporre delle modifiche, il testo torna alla Camera per il voto definitivo.

Ci sono in realtà dei casi particolari: ad esempio, per le materie di interesse regionale, la legge viene trasmessa automaticamente al senato e, se esso propone delle modifiche a maggioranza dei suoi componenti, la Camera le può respingere solo con lo stesso tipo di maggioranza. Ci sono poi la legge di bilancio, i cui termini per la discussione in senato si riducono a 15 giorni, e altre materie la cui competenza è esclusivamente della Camera.

 

Il governo. Un’altra parte della riforma riguarda il governo. A partire dall’atto che ne sancisce l’insediamento, cioè la fiducia da parte del parlamento, che non sarà più data da entrambe le camere ma soltanto dalla Camera dei deputati. Inoltre, la riforma prevede alcuni limiti ai decreti legge, cioè quegli atti che l’esecutivo può emanare in casi di urgenza e hanno forza di legge, anche se devono essere poi confermati dal parlamento. D’altro canto però viene prevista una corsia preferenziale in parlamento per i disegni di legge che il governo giudica urgenti. La Camera avrà 5 giorni per dire se condivide l’urgenza e poi altri 70 giorni per deliberare.

 

I rapporti stato-regioni. La riforma del governo Renzi mette mano anche alla distribuzione dei poteri fra stato e regioni, il famoso Titolo V della Costituzione, che è già stato modificato con un’altra riforma e un altro referendum costituzionale nel 2001. In quella occasione, si conferì alle regioni il potere di legiferare in molti settori, stabilendo quali materie fossero di competenza statale, su quali vi fosse una competenza concorrente e lasciando tutte le altre materie alle regioni. La competenza concorrente, in base alla quale allo stato spetta stabilire i principi generali mentre poi la regione deve disciplinare in modo più specifico, ha sempre creato dei conflitti fra lo stato e le regioni su chi dovesse decidere cosa. Così la riforma prova a risolvere questo problema, abolendo la competenza concorrente e distribuendo le diverse materie fra l’uno e le altre. Inoltre, lo stato si riprende alcune competenze, come quelle sull’energia, sul commercio con l’estero e sulle grandi infrastrutture, mentre alle regioni rimangono principalmente la sanità, la pianificazione del proprio territorio e lo sviluppo economico locale. Viene inoltre introdotta una clausola per la quale lo stato può riservarsi di decidere su materie di competenza regionale se c’è in ballo l’interesse nazionale. Infine, viene stabilito un tetto agli emolumenti del presidente e dei consiglieri regionali pari allo stipendio del sindaco del capoluogo, oltre a venire vietati i rimborsi spese ai gruppi consiliari, il cui uso spregiudicato degli ultimi anni ha attirato le attenzioni della magistratura.

 

Gli altri punti. Vediamo in breve altri punti della riforma.

– Vengono apportati dei cambiamenti agli strumenti di democrazia diretta. Le leggi di iniziativa popolare, per essere presentate, avranno bisogno di 150 mila firme invece delle attuali 50 mila. I referendum abrogativi, se saranno promossi con 800 mila firme invece delle solite 500 mila, potranno godere di un quorum più basso di quello normale: non più il 50% degli aventi diritto, ma il 50% dei votanti alle ultime elezioni politiche. Inoltre si fa riferimento a referendum propositivi e consultivi, che però dovranno essere disciplinati con un’ulteriore legge costituzionale.

– Viene in parte cambiato il modo in cui si elegge il presidente della Repubblica. Fino ad ora Camera e Senato si riunivano in seduta comune insieme a 58 delegati regionali. Con la riforma, le regioni non avrebbero più i loro delegati, in quanto sarebbero rappresentate dagli stessi senatori. Cambia anche la maggioranza richiesta per l’elezione. Fino ad oggi, erano richiesti i 2/3 dei componenti per i primi 3 scrutini e la metà più uno dei componenti per i successivi. Con la riforma rimangono i 2/3 dei componenti fino al terzo scrutinio, che poi diventano 3/5 dei componenti dal 4° al 6° e 3/5 dei votanti dal 7° in poi.

– Viene previsto un giudizio preventivo della corte costituzionale sulla legge elettorale prima della sua promulgazione, se lo richiedono un quarto dei deputati o un terzo dei senatori.

– Vengono aboliti il Cnel e le province. Il Cnel è un organo consultivo composto da rappresentanti delle parti sociali ed esperti che ha il potere, peraltro mai esercitato, di iniziativa legislativa. Questo organismo fu creato insieme alla costituzione, appena dopo la guerra, per riprendere un po’ il ruolo della Camera dei fasci e delle corporazioni. Tuttavia, non ha mai svolto un ruolo effettivo e quindi da molto tempo si voleva abolirlo. Per quanto riguarda le province, di fatto non si votano più da alcuni anni e ora le si abolisce del tutto.

 

CAPITOLO 2 – PRO E CONTRO

 

La campagna per il referendum di questo autunno è condotta dai comitati per il SÌ e quelli per il NO.

A favore della riforma, si sono schierati naturalmente i partiti che l’hanno votata in parlamento: il Partito Democratico, Ncd e Ala di Verdini. La minoranza del Pd è però poco convinta, perché avrebbe preferito che i senatori fossero eletti direttamente dai cittadini. Ai partiti si sono aggiunti 184 accademici che hanno firmato un documento a sostegno della riforma.

Sul fronte del no, troviamo invece i partiti di opposizione: Movimento 5 Stelle, Lega Nord, Forza Italia, Fratelli d’Italia e Sinistra Italiana. Un gruppo di 56 accademici, in questo caso tutti costituzionalisti tra cui diversi ex giudici della corte costituzionale, hanno sottoscritto una lettera per esprimere i motivi del loro dissenso.

 

Le ragioni di merito. Ma veniamo alle ragioni sostenute dalle due parti, iniziando dal merito della riforma. Tra i favorevoli, si sostiene che la carta costituzionale abbia bisogno di un aggiornamento, fermi restando i principi di base, che rimangono immutati. È da 30 anni che si creano commissioni parlamentari con questo intento, le quali si pongono come priorità proprio quelle di superare il bicameralismo paritario, con il meccanismo della navetta, e di aggiustare il Titolo V sui rapporti fra stato e regioni.

Dalla parte dei contrari, molti condividono la necessità di superare il bicameralismo paritario ma non in questo modo. Infatti, si sostiene che il progetto del governo rischi di complicare il procedimento legislativo invece di semplificarlo, proprio per le numerose modalità in cui può svolgersi, con tutte le eccezioni e i casi particolari che sono stati previsti. Inoltre, si teme che il nuovo senato non riuscirà a perseguire il suo principale obiettivo, cioè quello di rappresentare efficacemente le regioni, a causa di come è disegnato. Altri affermano che i senatori avranno ancora troppi poteri per essere rappresentanti non eletti direttamente dai cittadini.

Il fronte del sì respinge queste argomentazioni, aggiungendo che la riforma permetterà di approvare le leggi più rapidamente e di risparmiare alcune centinaia di milioni di euro dall’eliminazione dell’indennità dei senatori (cioè la parte principale del loro stipendio), dall’abolizione del Cnel e delle province, dal tetto ai compensi dei consiglieri regionali e dalla soppressione dei finanziamenti ai gruppi consiliari.

I contrari alla riforma ribattono che l’Italia ha già più leggi di molti altri paesi europei e che i risparmi saranno inferiori, nell’ordine di poche decine di milioni, un euro a cittadino o poco più, ed inoltre quando si parla di istituzioni che fanno funzionare la democrazia, non si dovrebbe ragionare in termini di costi monetari.

 

Le ragioni di metodo. Venendo al metodo con cui la riforma è stata approvata, i contrari affermano che il governo ha sbagliato a farsi promotore del cambiamento della Costituzione, dato che questo è un compito tradizionalmente riservato al parlamento. Inoltre, la riforma è stata approvata dalla sola maggioranza di governo, senza accordi con le opposizioni.

I favorevoli rispondono che non è scritto da nessuna parte che il governo non possa occuparsi della Costituzione ed inoltre si è provato a coinvolgere le opposizioni ma queste hanno fatto delle barricate. In particolare, Forza Italia aveva votato la prima versione della riforma, salvo poi cambiare idea per motivi non legati al suo contenuto.

Dal fronte del no, una delle principali critiche riguarda la trasformazione del referendum in un plebiscito sulla figura di Matteo Renzi, dato che il premier ha pubblicamente annunciato che si dimetterà in caso di sconfitta.

 

Le ragioni politiche. Ci sono infine delle ragioni politiche che dividono i due fronti. Dalle file del no, si alzano alcune voci che evocano addirittura un rischio di autoritarismo. Certo, non tutti i contrari alla riforma condividono questo allarme, però viene comunque riconosciuto un danno all’equilibrio dei poteri, generato dall’effetto combinato di questa riforma e delle nuova legge elettorale. Infatti, il cosiddetto Italicum darà il controllo della Camera all’unico partito vincitore delle elezioni, anche se questo avrà ottenuto solo il 20-25% dei voti al primo turno. In più, con la riforma costituzionale, non ci sarà più nemmeno un senato in grado di garantire un giusto contrappeso. Il risultato, secondo il fronte del no, sarà un accentramento dei poteri nelle mani del governo.

I sostenitori del sì ribadiscono che il referendum è sulla riforma costituzionale e non su quella elettorale e comunque, a loro avviso, parlare di rischio di autoritarismo è assurdo, poiché nelle democrazie moderne esistono tutta una serie di contrappesi, come il presidente della repubblica e la corte costituzionale.

 

CONCLUSIONE

 

Come abbiamo detto, la Costituzione è la legge fondamentale di uno stato. Contiene i diritti e i doveri dei cittadini e stabilisce quali istituzioni servono per far funzionare la democrazia. Per questo, il referendum è così importante. E per questo, è così importante andare a votare.

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FUNZIONI DELLE CAMERE

  • equilibrio tra uomini e donne nella rappresentanza
  • previste funzioni diverse per le due camere
    • Camera dei deputati
      • rappresenta la nazione
      • dà la fiducia al governo
      • indirizzo politico
      • funzione legislativa
      • controllo sul governo
    • Senato
      • rappresenta le istituzioni territoriali
      • raccordo tra lo stato e gli enti locali
      • concorre nella funzione legislativa e nel raccordo tra stato, enti locali e Unione Europea
      • partecipa alle decisioni in ambito del diritto Ue
      • valuta l’attività della pubblica amministrazione e l’impatto delle politiche Ue sui territori
      • dà pareri su nomine governative
      • verifica l’attuazione delle leggi
  • parlamentari
    • dovere di tutti i parlamentari di partecipare ai lavori
    • indennità solo ai deputati
    • si rimanda al regolamento della Camera la previsione dei diritti delle minoranze parlamentari e la formulazione di uno statuto delle opposizioni

 

COMPOSIZIONE DEL SENATO

  • 95 senatori rappresentativi delle regioni (74 consiglieri regionali + 21 sindaci) + 5 nominati dal Presidente della Repubblica + gli ex capi di stato + i senatori a vita attuali
  • ogni regione sceglie il proprio gruppo di rappresentanti tra i propri componenti più un sindaco per ciascuna regione
  • il metodo di elezione in consiglio regionale è proporzionale e “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri”, inoltre ”i seggi sono attribuiti in ragione dei voti espressi e della composizione di ciascun Consiglio”
  • il numero di senatori per regione è proporzionale alla popolazione ma con un minimo di 2 ciascuna
  • la durata in carica dei rappresentanti delle regioni è uguale a quella del proprio consiglio regionale
  • il presidente della repubblica nomina i propri senatori per meriti in “campo sociale, scientifico, artistico e letterario”, la loro durata in carica è 7 anni non rinnovabili

 

FUNZIONE LEGISLATIVA

  • competenza concorrente tra le due camere
    • leggi di revisione della costituzione e leggi costituzionali
    • leggi di attuazione della costituzione riguardanti:
      • tutela delle minoranze linguistiche
      • i referendum popolari e le altre forme di consultazione
      • legge elettorale
      • funzioni del governo
      • comuni
      • partecipazione dell’Italia all’Ue
      • leggi su incadidabilità e inelleggibilità dei senatori
      • autonomia regioni a statuto speciale
      • accordi fatti dalle regioni
      • risorse per enti locali
      • altre leggi riguardanti gli enti locali
  • tutte le altre leggi la competenza è esclusiva della camera
  • ogni nuova legge può essere esaminata dal Senato se 1/3 dei suoi componenti ne fa richiesta
  • in questo caso, il Senato ha 30 giorni per proporre modifiche, poi si esprime la Camera votando in modo definitivo
  • eccezioni
    • leggi dello stato che intervengono in materie regionali per interesse nazionale: l’esame del senato è automatico ed entro 10 giorni. Se il Senato propone modifiche a maggioranza assoluta, la Camera può respingerle solo a maggioranza assoluta a sua volta
    • legge di bilancio: il senato può proporre modifiche entro 15 giorni
    • solo la Camera autorizza stato di guerra, amnistia e indulto, rattifica trattati internazionali (tranne quelli che riguardano l’Ue, che devono essere approvati da entrambe la camere)
    • fiducia e sfiducia al Governo attribuite solo dalla Camera
    • autorizzazione per il tribunale dei ministri attribuita solo dalla Camera
  • i presidenti delle camere decidono sui conflitti di competenze
  • il Senato può svolgere attività conoscitive ed esprimere osservazioni sugli atti all’esame della Camera
  • il Senato può creare commissioni d’inchiesta solo su materie che riguardano le autonomie territoriali

 

INIZIATIVA LEGISLATIVA

  • il Senato può chiedere, a maggioranza assoluta, alla Camera di esaminare una proposta di legge, entro 6 mesi dalla sua presentazione
  • leggi di iniziativa popolare: sono necessarie 150mila firme e rimando ai regolamenti parlamentari su forme e tempi dell’esame da parte del Parlamento
  • rimando a legge costituzionale che crei referendum propositivi e consultivi

 

PRIORITÀ LEGISLATIVA

  • per proposte che ritiene urgenti, il Governo può chiedere alla Camera procedure veloci, da votare entro 5 giorni
  • se la Camera accetta, deve deliberare a riguardo entro 70 giorni
  • i tempi per l’eventuale esame del Senato sono ridotti a metà
  • sono escluse le proposte di legge su cui c’è competenza concorrente col Senato, materia elettorale, rattifica di trattati internazionali, amnistia e indulto, leggi di bilancio

 

PARERE PREVENTIVO DELLA CORTE COSTITUZIONALE SULLA LEGGE ELETTORALE

  • le leggi che disciplinano l’elezione dei parlamentari possono essere, prima della promulgazione, mandate alla Corte Costituzionale per un “giudizio preventivo di legittimità costituzionale”, se lo richiedono 1/4 dei deputati o 1/3 dei senatori entro 10 giorni dall’approvazione della legge
  • la corte si deve pronunciare entro 30 giorni

 

RINVIO DELLE LEGGI DA PARTE DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

  • se si tratta di un decreto legge, il termine per la conversione viene differito di 30 giorni

 

REFERENDUM

  • con 800 mila firme, il quorum si abbassa alla maggioranza dei votanti alle ultime elezioni della camera
  • rimando a successiva legge costituzionale per l’introduzione di referendum popolari propositivi e d’indirizzo

 

DECRETI LEGGE

  • non possono essere usati per: materia elettorale (tranne disciplina delle elezioni), rattifica di trattati internazionali, amnistia e indulto, leggi di bilancio
  • no reiterazioni
  • no ripristino di leggi dichiarate incostituzionali dalla Corte Costituzionale per vizi sostanziali
  • oggetto: “i decreti recano misure di immediata applicazione e di contenuto specifico, omogeneo e corrispondente al titolo”
  • esame del Senato: disposto entro 30 giorni dalla presentazione alla Camera, proposte di modifica in 10 giorni (tutta la procedura non oltre i 40 giorni)

 

ELEZIONE DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

  • è indetta dal Presidente del Senato
  • non più previsti i delegati regionali
  • per i primi 3 scrutini: maggioranza dei 2/3 dell’assemblea; dal 4°: 3/5 dell’assemblea; dal 7°: 3/5 dei votanti
  • in caso il presidente della Camera stia svolgendo le funzioni del Presidente della Repubblica, presiede la seduta il Presidente del Senato

 

PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

  • nel caso non possa adempiere le sue funzioni, gli subentra il Presidente della Camera
  • lo scioglimento del Parlamento riguarda solo camera dei deputati

 

PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

  • aggiunto il valore della trasparenza

 

CNEL

  • soppresso l’articolo a riguardo

 

PROVINCE

  • aboliti i riferimenti

 

COMPETENZE STATO-REGIONI

  • eliminazione della competenza concorrente
  • aggiute nuove competenze per lo stato
  • elencazione delle materie di competenza regionale (prima avevano competenza residuale)
    • riassunto: tutela delle minoranze linguistiche, pianificazione territorio e mobilità, infrastrutture, sanità, servizi alle imprese e formazione professionale, diritto allo studio, tutela del paesaggio, turismo, controllo finanziario degli enti al suo interno
    • attuazione accordi internazionali e normativa Ue
    • subentro dello stato in caso di interesse nazionale
  • per gli enti locali, inseriti i principi di semplificazione e trasparenza e i criteri di efficienza e responsabilità degli amministratori
  • la legge stabilisce indicatori di riferimento di costo e di fabbisogno per l’efficienza
  • il Governo può subentrare agli amministratori locali in caso di grave dissesto finanziario, sentito il Senato (il cui parere deve arrivare entro 15 giorni)
  • anche lo scioglimento della presidenza e del Consiglio regionale prevede il parere del Senato
  • per il Presidente della regione, la Giunta e i consiglieri viene previsto un tetto agli emolumenti, con limite pari a quelli del sindaco del capoluogo
  • la legge promuove l’equilibrio di genere nella rappresentanza

 

ELEZIONE DELLA CORTE COSTITUZIONALE

  • i 5 giudici prima eletti dal parlamento in seduta comune, ora sono eletti 3 dalla Camera e 2 dal Senato

 

DISPOSIZIONI FINALI

  • soppressione Cnel
  • no ai rimborsi “o analoghi trasferimenti monetari” ai gruppi politici presenti nei consigli regionali

 

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