Fabio Fontana

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Lo scorso 4 maggio, tra le proteste delle opposizioni e anche di parte della maggioranza di governo, è stato approvato l’Italicum. La nuova legge elettorale voluta da Renzi trasformerà radicalmente il sistema politico così come lo conosciamo oggi. Vediamo cosa prevede la nuova normativa e quali sono i suoi aspetti positivi e negativi.

La legge

In un precedente video, vi abbiamo parlato dei due tipi di sistema elettorale esistenti: proporzionale e maggioritario. L’Italicum è una via di mezzo: di base è un proporzionale ma è corretto in modo da produrre effetti maggioritari. Ma andiamo per ordine.
Il territorio nazionale, escluse Val d’Aosta e Trentino che manterranno il sistema uninominale, viene diviso in 20 circoscrizioni, che corrispondono in linea di massima alle regioni. Queste vengono poi divise ulteriormente in un totale di 100 collegi a livello nazionale. In ogni collegio, le diverse liste presenteranno dai 3 ai 9 candidati. Gli elettori troveranno sulla scheda elettorale il simbolo del partito con, alla sua sinistra, il nome del capolista bloccato, e alla sua destra, due righe per esprimere una o due preferenze tra i candidati della lista. Nel caso siano due, la seconda deve per forza essere di sesso diverso dalla prima, pena il suo annullamento. I capilista possono inoltre presentarsi in più collegi, fino a 10, per la precisione.
Ma come avviene la ripartizione dei seggi in parlamento? Il calcolo è su base nazionale e, come abbiamo detto, il procedimento è proporzionale. Tuttavia ci sono dei correttivi. Uno di questi è la soglia di sbarramento, che impedisce alle liste che hanno preso meno del 3% di ottenere dei seggi. L’altra correzione è il premio di maggioranza. Infatti, alla lista che arriva prima vengono assegnati 340 seggi (il 55% circa), a patto che essa giunga da sola al 40% dei voti. In caso contrario, si procederà ad un ballottaggio, cioè ad un secondo turno di votazioni, due settimane dopo il primo, a cui accederanno solo i due partiti più votati, senza possibilità di apparentarsi con altri come avviene a livello locale. Il vincitore otterrà il premio di maggioranza.
Un’altra caratteristica della nuova legge è la possibilità per chi si trova fuori dai confini nazionali di votare per corrispondenza nella circoscrizione estero. Lo potrà fare chi sarà fuori per almeno 3 mesi per ragioni mediche, di lavoro o di studio (come gli studenti Erasmus).
Infine, una clausola dell’Italicum prevede che esso valga solo per la Camera dei Deputati ed entri in vigore il 1° luglio 2016, poiché si presume che, entro quella data, il Senato non sarà più elettivo, per effetto della riforma costituzionale in discussione.

La genesi

Benché si parli da anni della necessità di una nuova legge elettorale, essa è divenuta indispensabile dopo che, nel dicembre 2013, la Corte Costituzionale ha bocciato il sistema precedente, il Porcellum, trasformandolo in un proporzionale quasi puro, come quello della prima repubblica. Così, il neosegretario del Pd, Matteo Renzi, nel gennaio 2014 propone tre diversi modelli di legge elettorale. Su uno di essi trova l’accordo con Berlusconi e prende vita una prima bozza dell’Italicum, sancita nel cosiddetto “Patto del Nazareno”, dal nome della piazza vicina alla sede del Pd dove si sono incontrati.
Da quella prima versione, però, la legge elettorale ha subito diverse modifiche:

  • su spinta del Nuovo Centro Destra e dei popolari, la soglia di sbarramento per accedere alla ripartizione dei seggi è stata abbassata dalle soglie molto elevate inizialmente previste al 3% di oggi. Inoltre sono state ammesse le candidature in più collegi;
  • la minoranza del Pd ha invece ottenuto un innalzamento della soglia per ottenere il premio di maggioranza al primo turno dal 35 al 40%, oltre alla norma sulla parità di genere nelle liste;
  • Forza Italia dal canto suo, dopo le batoste elettorali delle europee a maggio e delle regionali nello scorso autunno, ha dovuto cedere sul premio alla lista piuttosto che alla coalizione. Il partito di Berlusconi ha dovuto fare un passo indietro anche sulle liste bloccate, sebbene le preferenze non si possano ancora esprimere sui capilista, come avrebbe voluto parte del Pd. D’altra parte, però, per tranquillizzare Forza Italia sul fatto che non ci saranno elezioni anticipate, il premier ha concesso che l’entrata in vigore della riforma avvenga solo a metà 2016.

Pro e contro

Vediamo ora le ragioni di chi è a favore e di chi è contrario alla nuova legge elettorale.
Il presidente del Consiglio Renzi sostiene fortemente la sua riforma, affermando che essa permetterà di creare fin da subito dopo le elezioni un governo stabile, senza dover ricorrere a litigiosi governi di coalizione o larghe intese. Ciò sarà permesso dal premio di maggioranza, che assegna circa il 55% dei seggi ad un solo partito, quello più votato.
Tuttavia, i politologi osservano che, in questi casi, lo scontro che prima esisteva tra i diversi partiti di una coalizione tende a spostarsi all’interno del partito di maggioranza, portando agli stessi risultati.
Il governo è anche venuto incontro alle opposizioni, introducendo le preferenze per scegliere molti dei candidati da eleggere. Inoltre, sono state previste delle misure per assicurare la parità di genere.
Tuttavia, i capilista restano decisi dai partiti. In questo modo, è molto probabile che la maggioranza dei deputati non sarà eletta direttamente dagli elettori.
Le opposizioni hanno poi lamentato l’approvazione della legge per mezzo di voti segreti e questioni di fiducia, strumenti parlamentari che servono per forzare il dibattito in aula e che non si addicono ad una legge così delicata come quella elettorale. Tant’è che i precedenti storici del voto di fiducia su una legge elettorale risalgono al fascismo e alla cosiddetta “legge truffa”.
L’approvazione dell’Italicum solo per la Camera, invece, ha ricevuto le critiche di alcuni giuristi. Il governo infatti dà per scontato che l’elettività del Senato verrà abolita dalla riforma costituzionale. Ma, se essa non dovesse andare in porto, ci troveremmo con due camere con gli stessi poteri ma con due maggioranze diverse e questo rappresenterebbe un grave problema per la governabilità.
Per quanto riguarda l’influenza che l’Italicum avrà sul sistema dei partiti, i suoi sostenitori prevedono che col tempo il panorama politico finirà per articolarsi su due grandi partiti, un po’ come succede negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, rendendo più semplice la scelta per gli elettori e più stabile il sistema nel suo complesso.
Tuttavia, altri non sono convinti che sia questo lo scenario più probabile. Credono invece che l’Italicum porterà il sistema indietro alla prima repubblica, con un grande partito di governo al centro (in particolare, il Pd) e alcune forze politiche agli estremi, che non riusciranno mai ad arrivare al governo.
Ma la critica più pesante che viene rivolta alla nuova legge elettorale è quella di accrescere a dismisura il potere del premier, trasformando di fatto il sistema parlamentare in uno quasi presidenziale, senza prevedere gli opportuni contrappesi che questo richiede, anche considerando l’imminente abolizione del bicameralismo.

Secondo i sondaggi, la questione della legge elettorale non è considerata una priorità dagli italiani. Questa posizione è comprensibile: i cittadini si aspettano che la classe politica faccia qualcosa per uscire dalla crisi economica e dare un lavoro a chi non ce l’ha. Tuttavia, l’assetto del sistema elettorale ha un’enorme influenza sulla possibilità di formare un governo stabile e rappresentativo, che possa occuparsi in modo efficace delle più importanti urgenze economiche. Se l’Italicum possa farlo, lo scopriremo solo alle prossime elezioni.

Guarda il video sui cambiamenti climatici.

Cambiamenti-climatici

Negli anni, nel parlamento italiano si è visto comparire di tutto: cappi, salumi, scatolette di tonno… Ma anche nel Congresso americano non si scherza: lo scorso febbraio, il senatore repubblicano Jim Inhofe ha lanciato una palla di neve in mezzo all’aula. Un nuovo strumento di battaglia politica contro i democratici? Nossignore. Inhofe voleva soltanto dimostrare a modo suo che, siccome fuori faceva freddo, il surriscaldamento globale è solo una frottola degli ambientalisti. Indirettamente, gli ha risposto l’Ipcc, il gruppo di scienziati di tutto il mondo riuniti dall’Onu: il surriscaldamento globale esiste ed è provocato al 95% dalle attività umane. E c’è di più: se non facciamo qualcosa subito per mantenere l’aumento della temperatura del pianeta sotto i due gradi, i cambiamenti saranno irreversibili e l’ecosistema terrestre conoscerà gravi cataclismi.

 

IL PROBLEMA

L’effetto serra. Il surriscaldamento globale è provocato da un fenomeno atmosferico detto “effetto serra”. Gli studi hanno evidenziato come la concentrazione di alcuni dei gas di cui è composta la nostra atmosfera stia aumentando pericolosamente. L’incremento di questo strato gassoso lascia penetrare il calore solare, ma ne ostacola sempre più la fuoriuscita, alzando la temperatura sulla Terra, che viene ad assomigliare ad una serra, appunto.

I gas serra. I tre principali gas responsabili di tutto ciò sono il biossido di carbonio (meglio conosciuto come anidride carbonica, CO2), il metano (CH4) e il protossido di azoto (N2O). Dall’inizio della rivoluzione industriale ad oggi, la loro concentrazione nell’atmosfera è aumentata in misura abnorme, rispettivamente del 40%, 150% e 20%. Il metano in eccesso proviene dall’estensione dell’allevamento animale e delle colture a sommersione (come il riso), mentre la maggiore presenza di anidride carbonica è dovuta alla deforestazione per un quarto e alle nuove emissioni per il resto. Emissioni che provengono per il 35% dal settore energetico, per il 24% dalla lavorazione della terra, per il 21% dall’industria, per il 14% dai trasporti e per il 6,4% dalle attività edili.

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Non è la prima volta nella storia terrestre che la concentrazione di CO2 nell’atmosfera varia. Il progetto europeo Epica, attraverso dei carotaggi nel ghiaccio nella calotta orientale dell’Antartide, ha potuto osservare l’andamento della presenza di anidride carbonica negli ultimi 820 mila anni e ha scoperto come essa si modifica periodicamente ma, fino alla rivoluzione industriale, è rimasta sempre al di sotto delle 300 ppm (parti per milione). A partire dalla seconda metà del XIX secolo, però, essa è salita rapidamente fino alle 402 ppm del 2014. Ben al di sopra di quella che gli scienziati indicano come la soglia di sicurezza, che è intorno alle 350 ppm.

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L’aumento della temperatura. Questo boom di gas serra nell’atmosfera non è rimasto senza conseguenze. Il termometro della Terra ha già cominciato a salire. Dal 1880, anno in cui sono cominciate le rilevazioni, la temperatura della superficie terrestre è aumentata di 0,8 gradi Celsius. L’aumento non è graduale, ma si fa sempre più sostenuto man mano che il tempo passa. Il periodo che va dal 1983 al 2012 è stato il più caldo degli ultimi 800 anni nell’emisfero boreale. Inoltre, l’anno appena passato, il 2014, è stato il più caldo dall’inizio delle registrazioni, mentre i 10 anni più caldi sono stati tutti riscontrati dopo il 2000, con l’eccezione del 1998.

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Previsioni. Le previsioni per il futuro non sono affatto facili da compiere. L’Ipcc, nel suo quinto rapporto, ci ha provato attraverso complessi modelli matematici e ha pronosticato, per il periodo 2081-2100 (rispetto al 1986-2005), un aumento tra 0.3 °C e 4.8 °C (0.3-1.7 °C nello scenario più favorevole, a basse emissioni serra, e 2.6-4.8 °C in quello peggiore, a elevate emissioni).

 

LE CONSEGUENZE

«Ok, farà sempre più caldo. Embè? Significa che al mare metteremo creme solari con la protezione più alta!»: questo è ciò che potremmo pensare su due piedi. Ma le cose non sono così facili. Il surriscaldamento globale influisce in modo pesante sul delicato equilibrio dell’ecosistema Terra. Alcuni effetti sono già visibili ma gli scienziati ne prevedono altri ancora più gravi, se non si inverte subito la rotta sull’inquinamento del pianeta. Vediamo quali sono.
Lo scioglimento dei ghiacciai. Le enormi calotte glaciali presenti nei due poli del globo si stanno restringendo ad un ritmo pressante. Questo fenomeno colpisce soprattutto l’Artico e la Groenlandia, ma anche il Polo Nord non è esente da problemi: nell’agosto 2008, per la prima volta da 125 mila anni, i ghiacci che lo collegavano agli altri continenti sono scomparsi e hanno permesso di circumnavigarlo. Lo scoglimento dei ghiacciai è una questione rilevante soprattutto per la sua conseguenza più diretta: l’aumento della massa d’acqua degli oceani.
L’innalzamento del livello dei mari. Tre quarti del nostro pianeta è occupato dagli oceani. Nonostante un’estensione difficile perfino da immaginare, la loro massa d’acqua sta aumentando visibilmente. Dall’inizio del Novecento ad oggi, il livello dei mari è cresciuto di 19 centimetri, più di quanto ha fatto nei precedenti 2 mila anni, e – come se non bastasse – l’aumento previsto entro la fine di questo secolo è compreso tra 26 e 82 cm. Ma non è l’unico guaio che devono affrontare gli oceani: le loro acque stanno diventando sempre più calde e acide, con risvolti nefasti sulla flora e sulla fauna che ospitano. La conseguenza sui continenti, invece, è la progressivamente erosione delle coste e la sommersione delle isole, che costringerà milioni di persone ad emigrare nell’entroterra, con tutti i problemi sociali che ciò comporta.
La perdita della biodiversità. Non sono a rischio solo animali e vegetali del mare, ma anche quelli che vivono sulla terraferma. Il surriscaldamento globale, infatti, mette a repentaglio la sopravvivenza di tutte quelle specie che non dovessero riuscire ad adattarsi al nuovo clima terrestre. Si stima che un aumento del termetro globale tra 1,5 e 3,5 °C, possa portare all’estinzione di un numero di specie viventi tra il 20 e il 70% in cento anni. Una vera e propria ondata di estinzioni, come quelle che il nostro pianeta ha vissuto nel suo passato remoto, per riprendersi dalle quali, ha impiegato 10 milioni di anni.
Gli effetti sul ciclo dell’acqua. L’implicazione più devastante del cambiamento climatico riguarda il ciclo dell’acqua, quel meccanismo perfetto della natura che consente all’acqua degli oceani di evaporare, formando le nubi, da cui ridiscenderà sotto forma di pioggia. Oggi, qualcosa rischia di alterare questo equilibrio: infatti, ogni grado di aumento della temperatura terrestre accresce del 7% la capacità dell’atmosfera di trattenere umidità. Ciò comporta un incremento delle precipitazioni, che però saranno sempre meno frequenti e più concentrate. Pertanto, specie nelle aree tropicali che vedranno la pioggia complessiva diminuire in favore delle zone temperate, i periodi di siccità dureranno più a lungo, accentuando anche il fenomeno delle desertificazione. Le conseguenze sulle coltivazioni non potranno che essere disastrose.
Uragani più numerosi. Non solo le piogge saranno sempre più estreme, ma anche un fenomeno per sua natura eccezionale come gli uragani, si verificherà sempre più spesso. Possiamo rendercene conto già oggi: dagli anni ’70, il numero di uragani di categoria 4 e 5 è addirittura raddoppiato.

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LE SOLUZIONI

Ci sono tre modi di affrontare il problema del surriscaldamento globale. Il primo è quello più utilizzato oggi dalla maggior parte delle persone e dei leader globali: mettere la testa sotto la sabbia. Del resto, si sa: preoccuparsi fa male alla salute, meglio andare incontro alla catastrofe con un sorriso sulle labbra. È lo stesso approccio alla base del debito pubblico: si lascia la patata bollente in eredità alle generazioni successive.

Un altro modo, molto più responsabile, di affrontare la questione è quello di chiedersi, come fanno molti, «come posso contribuire io a ridurre l’inquinamento e rispettare l’ambiente?». La risposta che molti si danno è quella di rendere il più autosufficiente possibile la propria abitazione, installando pannelli solari termici per l’acqua calda e fotovoltaici per la produzione di elettricità oppure realizzando il cappotto termico, che permette una notevole riduzione degli sprechi sul riscaldamento. Tutto ciò consente, oltre che di risparmiare sulle bollette, di ridurre il proprio consumo energetico, diminuendo le emissioni di CO2 necessarie per garantire il nostro fabbisogno di energia.

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Spesso, però, si pensa che per fare la propria parte basti prendere piccoli accorgimenti come fermare il getto d’acqua della doccia mentre ci si insapona. Certo, è molto importante adottare comportamenti in linea con una condotta di vita rispettosa dell’ambiente. Ma queste piccole buone azioni individuali non bastano (tornando all’esempio della doccia, per capire quale risultato effettivo possa avere, basti pensare che il consumo d’acqua annuo di una famiglia media è pari al quantitativo necessario per produrre solo 5 kg di carne!).
Quindi, per trovare soluzioni davvero efficaci al problema dei cambiamenti climatici, è necessaria un’azione collettiva, che passi per una mobilitazione politica. Solo gli stati possono avere il potere di ridurre le emissioni di anidride carbonica mettendo in atto politiche volte a promuovere le energie rinnovabili e la conversione delle attività inquinanti.

Un timido tentativo di intraprendere questa strada è già stato fatto. Tutto è cominciato nel giugno del 1992, a Rio de Janeiro, dove si è svolto il primo Summit della Terra, che ha riunito i capi di stato e di governo di quasi tutti i paesi del mondo per discutere dei problemi ambientali. Il risultato di questa prima conferenza mondiale sul clima è stata la firma di un trattato con il quale gli stati si impegnavano a ridurre le emissioni, ma senza obblighi vincolanti. Quelli arriveranno con il Protocollo di Kyoto, nel 1997, che stabiliva delle quote di riduzione delle emissioni per i paesi industrializzati, che erano obbligatorie secondo il diritto internazionale. L’accordo entrò in vigore nel 2005, dopo la sua ratifica da parte di quasi tutti i 160 paesi firmatari. Soltanto gli Stati Uniti cambiarono idea nel frattempo (in seguito al passaggio di testimone alla Casa Bianca tra Clinton e Bush), nonostante siano responsabili di più di un terzo dell’inquinamento globale.
Un grande sponsor dell’accordo è stata l’Unione Europea, che al suo interno si è posta un obiettivo ancora più impegnativo, con il Pacchetto Clima 20-20-20 che prevede, entro il 2020, un aumento del 20% nell’efficienza energetica, una riduzione del 20% delle emissioni di gas serra e un aumento del 20% della quota di energie rinnovabili.
Recentemente, con l’accordo di Doha, si è deciso di estendere il protocollo di Kyoto fino al 2020. Le speranze per uno sforzo maggiore nella lotta al cambiamento climatico sono riposte nella conferenza sul clima che si terrà alla fine di quest’anno a Parigi.

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Intanto, nel 1988, le Nazioni Unite ha0nno creato una Commissione Intergovernativa sul Cambiamento Climatico (IPCC), che riunisce importanti accademici di tutto il mondo allo scopo di studiare il surriscaldamento globale e trovare delle soluzioni. L’ultimo rapporto dell’organizzazione (insignita nel 2007 con il Premio Nobel) afferma che, per mantenere l’aumento della temperatura globale entro i 2 gradi, soglia che si ritiene di sicurezza, è necessario ridurre le emissioni del 40-70% entro il 2050 e azzerarle entro la fine del secolo. La soluzione proposta dall’Ipcc per affrontare una sfida così impegnativa si articola su quattro punti:

  • un uso più efficiente dell’energia;
  • un uso maggiore dell’energia prodotta con basse o nessuna emissione (anche perché le tecnologie per farlo esistono già oggi);
  • un miglioramento della cattura del carbonio (riducendo la deforestazione e adottando pratiche di stoccaggio dell’anidride carbonica);
  • un cambiamento nei comportamenti e negli stili di vita.

Secondo l’Ipcc, l’applicazione di queste direttive avrebbe effetti negativi sulla crescita economica solo in piccolissima parte (lo 0,06%), senza contare gli effetti benefici che si otterrebbero nel lungo termine.

 

IN CONCLUSIONE

A differenza di quello che accadeva in epoca preindustriale, oggi pare che il rispetto per l’ambiente sia scomparso. Spesso è considerato un lusso che non possiamo permetterci. Ma la protezione dell’ecosistema non è un capriccio di qualche ambientalista che non ha nulla di meglio da fare. La questione non è meramente estetica, né tanto meno riguarda la sfera morale (o comunque, non solo). Qui si tratta di tutelare quelle condizioni che permettono all’umanità di poter continuare a vivere sulla Terra. Il surriscaldamento globale è un problema di enorme portata che rischia di esploderci per le mani nel giro di pochi decenni, causando catastrofi naturali che, in un pianeta sovrappopolato e con le risorse in esaurimento, potrebbero creare una vera e propria polveriera. Per evitare questo pericolo, l’umanità è chiamata per la prima volta ad unirsi a livello globale, superando ataviche divisioni e riscoprendo il proprio destino comune. Solo così potremo garantire alle prossime generazioni un pianeta sano dove vivere e prosperare.

Guarda il video sui cambiamenti climatici.

 

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La politica internazionale non è mai tranquilla. Questioni come l’Isis, la crisi ucraina o il nucleare iraniano fanno perdere il sonno a molti leader politici. Ma c’è un gravissimo problema che può mettere a repentaglio la stessa sopravvivenza della specie umana, ed è perlopiù ignorato. Stiamo parlando del surriscaldamento globale. Vediamo di che si tratta, cosa rischiamo e come fare per evitare la catastrofe.

L’alterazione del clima terrestre dipende da un fenomeno che sta avvenendo nella nostra atmosfera. Se fino a qualche decennio fa i raggi solari attraversavano questo strato di gas che ricopre il pianeta per poi essere dispersi nello spazio; ora, l’atmosfera è diventata più densa e questo blocca il calore del Sole sulla Terra, alzando la temperatura. Per questo, si parla di effetto serra.
A cosa è dovuto tutto ciò? I responsabili sono alcuni gas, come l’anidride carbonica, il metano e il protossido di azoto, la cui concentrazione nell’atmosfera è cresciuta molto a partire dalla rivoluzione industriale in poi, a causa delle emissioni delle attività umane e a causa della deforestazione.
Uno studio europeo mostra che la presenza di Co2 nell’atmosfera è sempre variata negli ultimi 800 mila anni, ma rimanendo sempre sotto la soglia delle 300 parti per milione. A partire dalla rivoluzione industriale, però, ha cominciato la sua crescita impetuosa fino a raggiungere le 400 parti per milione di oggi.
La conseguenza di questo aumento l’abbiamo vissuta sulla nostra pelle negli ultimi anni, con inverni sempre più miti ed estati sempre più torride. Infatti, il periodo 1983 – 2012 è stato il più caldo degli ultimi 800 anni nell’emisfero boreale e la temperatura globale è cresciuta di 0,8 °C nell’ultimo secolo. Anche se questa cifra può sembrare trascurabile, non è così: gli scienziati ritengono che un aumento superiore ai due gradi possa avere effetti rovinosi sul delicato ecosistema terrestre.

Nonostante quello che si può pensare su due piedi, il surriscaldamento globale non comporta soltanto l’uso di creme solare con una protezione più alta. Ecco una rassegna di tutte le conseguenze, in parte già visibili, dell’effetto serra.
Lo scioglimento dei ghiacciai è un processo in corso da tempo che ha già provocato l’innalzamento del livello dei mari di 19 centimetri negli ultimi cento anni. Per la fine di questo secolo, l’aumento è previsto tra 26 e 82 centimetri. Ciò costringerà decine di milioni di persone che vivono sulle isole o sulle coste a migrare nell’entroterra.
I cambiamenti climatici nei diversi ecosistemi porteranno all’estinzione di molte specie animali e vegetali che essi ospitano. Si stima che un aumento del termometro globale tra 1,5 e 3,5 gradi possa causare una perdita della biodiversità tra il 20 e il 70%.
L’effetto più devastante è sul ciclo dell’acqua. Ogni grado di aumento della temperatura terrestre rafforza del 7% la capacità dell’atmosfera di trattenere l’umidità. Questo comporta precipitazioni di minor durata e meno frequenti ma molto più intense. Un assaggio di questo fenomeno l’abbiamo visto proprio nel nostro paese negli scorsi anni, con nubifragi sempre più frequenti e distruttivi.
La concentrazione delle piogge provocherà anche lunghi periodi di siccità, specie nelle aree tropicali, che saranno soggette a processi di desertificazione sempre più intensi, tali da mettere in crisi la sussistenza alimentare di molti popoli.
Altri eventi meteorologici che si verificheranno sempre più spesso e in modi sempre più estremi sono gli uragani. Dagli anni ‘70, il numero di quelli di categoria superiore è addirittura raddoppiato.

Per ridurre le emissioni di gas serra, ciascuno di noi può fare molto nella vita di tutti i giorni. Per esempio, è fondamentale ricordare sempre la regola delle “tre erre”: erre come ridurre gli sprechi, erre come riusare gli oggetti finché è possibile, erre come riciclare praticando la raccolta differenziata.
Inoltre, è possibile fare molto per rendere meno inquinante la propria abitazione, installando pannelli solari termici per l’acqua calda e fotovoltaici per la produzione di elettricità, oppure realizzando l’isolamento a cappotto. L’investimento economico di queste opere viene presto ripagato dal risparmio sulle bollette.
Tutto questo è molto importante, ma l’impegno individuale non basta. Per fermare i cambiamenti climatici, è necessaria un’azione collettiva, un’azione politica. Alcuni tentativi di percorrere questa strada sono già stati fatti. Nel 1992, a Rio de Janeiro, in Brasile, si è tenuto il primo Summit della Terra, dove i leader di quasi tutti i paesi del mondo si sono impegnati a ridurre le proprie emissioni di gas serra. L’accordo però è stato reso vincolante solo nel 1997, con il Protocollo di Kyoto, che prevedeva quote di riduzione diverse per paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo. Il trattato è stato fortemente voluto dall’Unione Europea, che è riuscita a coinvolgere molte nazioni, ma non Stati Uniti e Cina, ovvero i due principali inquinatori del pianeta. L’accordo è entrato in vigore nel 2005 ed è stato recentemente prorogato fino al 2020, anche se altri paesi ancora si sono ritirati. Oggi le speranze di nuove intese sono riposte nella conferenza globale sul clima che si terrà nel dicembre 2015 a Parigi.
Nel frattempo, le Nazioni Unite hanno creato un gruppo di lavoro formato da scienziati provenienti da tutto il mondo, che periodicamente pubblica uno studio sui cambiamenti climatici. Nell’ultimo rapporto, si afferma che, affinché l’aumento di temperatura rimanga sotto i due gradi, è necessario dimezzare le emissioni entro il 2050 e azzerarle entro la fine del secolo.

Insomma, la sfida che ci aspetta è molto impegnativa. Oltre al surriscaldamento globale, un’altra ragione ci spinge a ridurre le emissioni inquinanti: l’esaurimento delle risorse. Già oggi, il tasso a cui consumiamo le risorse supera della metà la capacità rigenerativa del pianeta e, in futuro, con la crescita esponenziale della popolazione, sarà molto peggio. Le conoscenze e le tecnologie per cambiare le cose ci sono già, si tratta solo di volerle applicare.
La protezione dell’ambiente non è solo il capriccio di qualche amante della natura. Noi potremmo devastare il pianeta e lui, dovesse metterci anche milioni di anni, tornerà come prima o meglio di prima. No, la natura non c’entra: qui c’è in gioco la stessa sopravvivenza della specie umana, dei nostri figli e dei nostri nipoti. Per questo è necessario agire ora.

Leggi l’articolo di approfondimento.

Guarda il video sull’immigrazione.

In molti danno i numeri quando si parla di immigrazione. Anche noi lo faremo, riportando i dati, analizzando le dinamiche di questo fenomeno e sfatando alcuni luoghi comuni.

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I DATI
Quanti sono. Ora è ufficiale: gli italiani soffrono della sindrome da accerchiamento da parte degli immigrati. Infatti, secondo un recente sondaggio effettuato da Ipsos Mori, in media gli italiani credono che il 30% della popolazione nazionale sia composta da immigrati, la percezione più distante dalla realtà se confrontata con quelle di altri paesi. Ma quanti sono allora gli immigrati in Italia? Secondo gli ultimi dati Istat disponibili (aggiornati al 1° gennaio 2014), la popolazione straniera in Italia ammonta a 4.922.085 persone, a cui vanno aggiunti i famigerati clandestini, le cui stime vanno dai 300 ai 650 mila. Arrotondando a cinque milioni e mezzo di individui, scopriamo che gli immigrati rappresentano poco più del 9% della popolazione residente nel paese. Continua a leggere

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La notizia era filtrata da alcune settimane, ma è solo nel suo discorso del 31 dicembre che Giorgio Napolitano ha annunciato le dimissioni da presidente della Repubblica, formalizzate lo scorso 14 gennaio. Dopo essere stato sul trono del Quirinale per 9 anni, il primo ad esserci rimasto per un secondo mandato, Napolitano ha deciso di lasciare, a causa della sua avanzata età. Tra pochi giorni inizieranno le votazioni in parlamento per scegliere il suo successore. Prima di conoscere gli identikit dei candidati più papabili, vediamo quali sono i compiti del presidente della repubblica e come viene eletto. Continua a leggere

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Da alcuni anni, se chiedete alle persone quali sono i principali problemi del Paese, molte vi menzionano l’immigrazione. Pensano infatti che gli immigrati ci rubino il lavoro, delinquano e prendano più sussidi sociali degli italiani. Molti di questi luoghi comuni sono però infondati e, in generale, su questo tema c’è molta confusione. Vediamo allora di fare un po’ di chiarezza.

Secondo l’Istat, ad oggi in Italia risiedono 4,9 milioni di stranieri, a cui vanno aggiunti circa 500 mila irregolari. Insieme corrispondono al 9% della popolazione italiana. Altri paesi europei hanno valori più alti: tra questi la Spagna, il Regno Unito e la Germania.
Ciò che però ha alimentato una percezione ancora maggiore della diffusione di questo fenomeno è la fortissima crescita che ha avuto di recente nel nostro paese. Negli ultimi 15 anni, il numero di cittadini stranieri presenti in Italia è più che quadruplicato e, anche durante la crisi economica, ha continuato ad aumentare a livelli vertiginosi. Continua a leggere

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 VIDEO SULLA CRISI: PARTE 1PARTE 2 – PARTE 3

Negli scorsi video, abbiamo parlato della crisi economica mondiale del 2008 e della sua prosecuzione nella sola eurozona negli ultimi anni. Nell’area della moneta unica, infatti, la crisi è ancora in corso, molti paesi faticano a riprendersi, la disoccupazione resta alta, la produzione bassa. La ricetta adottata per uscire dalla recessione è quella del rigore e dell’austerità. Vediamo di cosa si tratta.

Le crisi non sono un evento raro nella storia economica. Nell’ultimo secolo ce ne sono state diverse, a partire dalla grande depressione del 1929, per uscire dalla quale il presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt varò un ambizioso piano di riforme detto “New Deal” (“nuovo corso”), che cambiò radicalmente il rapporto dello stato con l’economia. Se prima l’intervento dello stato nel sistema economico era ridotto al lumicino, ora esso ricopriva un ruolo di primo piano. Infatti, Roosevelt diede il via ad una serie di investimenti pubblici nelle infrastrutture e a diverse riforme sociali, impegnando enormi quantità di fondi pubblici, al fine di far ripartire il sistema dell’economia americana. Il “New Deal” era ispirato dalle teorie di un celebre economista, John Maynard Keynes, il quale sosteneva che, in periodi di crisi, lo stato deve aumentare la propria spesa, per sostituirsi alla diminuita domanda di beni da parte dei privati. E, per farlo, può anche accendere nuovi debiti, a patto che li ricopra in periodi di espansione economica.

In questi anni, nell’eurozona, si sta facendo esattamente l’opposto. A fronte di una delle peggiori crisi di sempre, l’Unione sta chiedendo agli stati particolarmente in difficoltà di risanare i loro bilanci, tagliando le spese. Accade questo perché la speculazione finanziaria ha preso di mira i titoli del debito di alcuni stati, riassunti dall’acronimo Piigs (“maiali”, in inglese): Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna. Questi paesi hanno corso il rischio di non riuscire più a ripagare il loro debito, perché i mercati hanno cominciato a pretendere tassi di rendimento molto alti. Anche a causa del modo in cui è strutturata l’unione monetaria e ai meccanismi dell’euro, di cui abbiamo parlato in un altro video.

Con le turbolenze finanziarie, è iniziata anche una lotta politica tra i paesi del Nord Europa, considerati virtuosi perché hanno bilanci più solidi, e quelli del Sud Europa, i cui conti sono in condizioni peggiori. A questi è stato quindi richiesto di rispettare i cosiddetti parametri di Maastricht, sanciti dall’omonimo trattato del 1992, ma raramente rispettati da qualcuno finora. Le principali regole che impongono alle finanze pubbliche sono due: una sul deficit e una sul debito.
Il deficit è la differenza tra la uscite e le entrate del bilancio statale. Naturalmente se le uscite superano le entrate, il buco viene ricoperto emettendo nuovo debito. Per questo motivo, nel trattato è stato previsto che esso non possa superare il 3% del Pil. Anche se, in passato, questo tetto non è stato rispettato nemmeno dai paesi ritenuti virtuosi. L’altro parametro riguarda il debito pubblico, che non deve oltrepassare il 60% del Pil, anche se buona parte dei paesi europei supera questa soglia. Recentemente, per applicare questa regola, è stato firmato un altro trattato, il Fiscal Compact, che prevede la riduzione a tappe forzate del debito in eccesso.

Tutte queste regole sono state definite con la convinzione che solo un’economia con i fondamentali solidi e i conti apposto possa essere competitiva nel mondo della globalizzazione e possa aspettarsi una una crescita costante nel lungo periodo.
Gli economisti di scuola keynesiana, dal canto loro, ritengono che il rapporto debito-Pil si possa abbassare soltanto agendo sul denominatore, ossia puntando sulla crescita per far salire il prodotto interno lordo, in modo che il debito in proporzione rappresenti un problema minore.
Se hanno ragione i fautori del rigore o i sostenitori di Keynes, solo il futuro potrà dircelo. Ciò che sappiamo è che la situazione è grave. Nei paesi del Sud Europa, la disoccupazione resta molto alta, l’industria è in declino e le prospettive per il futuro non sono affatto rosee. Solo con coraggiose e nette scelte politiche, potremo uscire dalla palude in cui siamo finiti.

Usciremo mai da questa crisi? Che misure andrebbero prese per rimettere in moto l’economia? Diteci cosa ne pensate nei commenti.

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 VIDEO SULLA CRISI: PARTE 1 – PARTE 2 – PARTE 3

Nell’ultimo video abbiamo parlato della crisi economica del 2008. Iniziata come crisi finanziaria, ha presto colpito l’economia reale, causando una recessione in quasi tutti i paesi del mondo e portando la disoccupazione a livelli astronomici. Già dal 2010-2011, però, le principali economie del mondo stanno assistendo ad una ripresa. Chi è ancora alle prese con un’economia bloccata è l’eurozona, l’insieme dei paesi che hanno adottato l’euro.

Presto si è capito che la zona euro non poteva reagire in modo compatto alla crisi. L’alto debito di alcuni paesi cominciò a sembrare privo di garanzie di essere ripagato, dato che quegli stati non avevano più una sovranità monetaria e l’eurozona non era abbastanza integrata per coprire i paesi in difficoltà.
Un gruppo di stati europei, che avevano attraversato i primi anni di crisi senza forti sconvolgimenti, videro i titoli del loro debito pubblico essere scossi dalla speculazione e dai timori che essi non potessero più essere rimborsati. Lo spread, cioè il differenziale tra il rendimento di quei titoli e quelli dello stato più virtuoso, la Germania, continuava a crescere, rendendo più costoso per questi stati fare nuovi debiti. L’elenco di questi paesi è riassunto dall’acronimo “Piigs” (“maiali”, in inglese): Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna.

Il primo di loro a finire sotto il giogo della speculazione è stato la Grecia. Nel 2009, il governo appena eletto fu costretto a rivedere al rialzo la stima del deficit del bilancio statale, triplicandola, poiché il precedente esecutivo aveva falsificato i conti pubblici. Sui mercati si scatenò il panico. Le agenzie di rating, il cui compito è di fornire giudizi sui titoli, declassarono più volte quelli ellenici, fino ad etichettarli come spazzatura. Per scongiurare il rischio insolvenza, che si faceva sempre più reale, nel maggio 2010 fu varato un piano di aiuti da 110 miliardi di euro da parte della cosiddetta “troika”, l’insieme di Unione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale. In cambio, la Grecia avrebbe dovuto avviare un piano di forti tagli alla spesa pubblica allo scopo di mettere in sicurezza il bilancio dello stato. Ma non bastò: negli anni successivi furono necessarie diverse ristrutturazioni del debito e un nuovo piano di salvataggio da 130 miliardi. Intanto, poco prima del G20 del 2011, il premier Papandreou aveva annunciato un referendum sull’accordo con la troika ma, dopo l’incontro dei leader mondiali, egli si dimise, lasciando il posto al governo tecnico di Lucas Papademos, ex membro della Bce.

Insieme al primo piano d’aiuti per la Grecia, la troika decise di costituire l’Efsf, un fondo per i paesi dell’eurozona in difficoltà. Mai scelta fu più saggia. Infatti, il contagio raggiunse altri paesi. Dopo essere stati fatti oggetto dell’attenzione della speculazione internazionale, sia l’Irlanda che il Portogallo ebbero bisogno di attingere a quei fondi, per 85 e 80 miliardi di euro rispettivamente. Anche Spagna e Italia sono finite nel mirino dei mercati finanziari. Entrambi i paesi videro i loro spread schizzare alle stelle. I loro governi si trovarono costretti a dimettersi nel novembre 2011. In Spagna si decise di andare ad elezioni anticipate, invece in Italia nacque il governo tecnico di Mario Monti, ex commissario europeo.

Se in un primo momento lo spread sembrò scendere, tra la primavera e l’estate del 2012, riprese la sua salita, segnalando crescenti timori dei mercati sulla tenuta delle economie dell’eurozona. A luglio, il presidente Mario Draghi annunciò che la Bce avrebbe fatto qualsiasi cosa necessaria per preservare la moneta unica. Questa dichiarazione sancì un principio già affermato dai fatti: la Banca Centrale Europea aveva messo in campo diverse misure non convenzionali in difesa dell’euro, dall’acquisto dei titoli degli stati sul mercato secondario per prolungati periodi di tempo, che fece calare lo spread, al drastico ribassamento dei tassi di interesse che ha immesso nel mercato molta liquidità, nella speranza che potesse favorire i prestiti alle imprese e incentivare gli investimenti. Queste misure insieme alla trasformazione del fondo salva-stati in un meccanismo permanente hanno a poco a poco ridotto la pressione speculativa sull’eurozona.

Nonostante la turbolenza finanziaria sull’area dell’euro si sia dissolta, le diverse economie fanno ancora molta fatica a riprendersi, anzi la recessione non è ancora terminata. Nel prossimo video, analizzeremo la ricetta adottata nel Vecchio Continente per voltare pagina, cioè la cosiddetta austerità.

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Da qualche anno, parole come crisi, disoccupazione, spread e default sono entrate nel vocabolario di tutti i giorni. Tutti noi conosciamo almeno qualcuno che ha perso il lavoro o ne sta cercando uno invano. La generazione che rischia di essere colpita di più è quella dei giovani: quasi uno su due è alla ricerca di un’occupazione. Il futuro sembra più che mai tetro.
Cerchiamo allora di capire come è nata questa crisi, a cosa è dovuta e cosa è stato fatto per risollevare le sorti della nostra economia.

Tutte le crisi economiche iniziano con lo scoppio di una bolla speculativa. Infatti, a volte, capita che i prezzi di un bene comincino a salire costantemente, alimentati dall’aspettativa che salgano ancora, e raggiungano livelli superiori al valore reale di quel bene. Poi all’improvviso ci si accorge che è tutta aria fritta e il valore del bene precipita di colpo. Si dice così che la bolla è “scoppiata”. Nel nostro caso, nel 2007 negli Stati Uniti, è la bolla immobiliare a deflagrare.

Il mondo usciva da un ventennio di rigogliosa crescita economica. I soldi giravano facilmente, grazie ai ridotti tassi di interesse. Inoltre, da tempo gli stati stavano portando avanti un processo di deregulation: con l’idea che troppe regole fossero nocive al sistema finanziario, molte furono cancellate, anche quelle scritte dopo le precedenti crisi. I diversi governi allentarono le briglie alla finanza che iniziò a inventare strumenti speculativi sempre più nuovi e complessi, come i derivati. In questi titoli tossici, venivano incorporati i mutui immobiliari che le banche concedevano a destra e a manca, anche a soggetti che non si potevano permettere di ripagarli. Titoli che venivano poi immessi sul mercato.

Questo schema dei cosiddetti mutui subprime resse fintanto che le banche centrali tenevano basso il costo del denaro ma, quando i rubinetti sono stati chiusi, il sistema è saltato. I prezzi delle case sono precipitati. Com’era prevedibile, molti non sono più riusciti a ripagare i loro mutui, determinando un’ondata di pignoramenti e grossi ammanchi nei bilanci delle banche. Un terremoto ha quindi travolto buona parte degli istituti finanziari, non solo quelli che avevano in pancia questi mutui, ma anche gli altri. Tutte le organizzazioni finanziarie hanno cominciato a chiedersi quanti titoli tossici avessero le altre nei loro bilanci e, non fidandosi più, hanno smesso di prestarsi soldi a vicenda. Le arterie del credito si sono bloccate. Una crisi si allarga proprio quando la fiducia sui mercati, che è il bene più prezioso, viene meno.

Molti istituti hanno dichiarato bancarotta, come il colosso Lehman Brothers, il cui fallimento è il più grande della storia americana. Altri sono stati nazionalizzati, accorpati o messi in sicurezza grazie all’intervento pubblico. Il piano di salvataggio varato dall’amministrazione Bush ammontava a 770 miliardi di dollari, poi decuplicati negli anni. Anche le banche europee sono state travolte, buona parte dei paesi del Vecchio Continente hanno avviato delle nazionalizzazioni, specie nel Regno Unito, in Francia e in Germania. I diversi governi hanno erogato aiuti per 1.240 miliardi di euro.

Ma la crisi non è rimasta circoscritta al solo settore finanziario, ben presto si è allargata all’economia reale. Stop degli investimenti, calo della produzione, aumento della disoccupazione, arresto dei consumi: questi sono solo alcuni degli effetti della recessione che ha colpito la maggior parte dei paesi del mondo tra il 2008 e il 2009, la peggiore crisi economica dopo quella del ‘29. Nel biennio successivo, 2010-2011, si sono intravisti i primi segnali della ripresa, in realtà più nelle economie emergenti che in quelle avanzate. Segnali che si sono però accentuati nel 2012 in tutti i paesi colpiti dalla crisi, meno che quelli dell’eurozona. Nel prossimo video parleremo proprio della prosecuzione della crisi in alcuni dei paesi che hanno adottato l’euro.

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In nessun paese al mondo si parla così tanto di sistemi elettorali come in Italia. Da quando è stato varato il cosiddetto Porcellum e soprattutto da quando la Consulta l’ha di fatto soppresso perché incostituzionale, si sostiene da più parti la necessità di una riforma. La discussione su questo tema può sembrare un po’ tecnica e astrusa ma il sistema elettorale scelto per un’elezione influisce non poco sui suoi risultati e sull’assetto del sistema dei partiti di un paese. Ma cos’è di preciso un sistema elettorale? Fra quali alternative possiamo sceglierne uno?

Il sistema elettorale di un parlamento (o di un altro organo elettivo) è il complesso di regole e procedure che convertono i voti espressi in seggi.
Il territorio della nazione viene diviso in circoscrizioni, detti anche collegi in certi casi. In ciascuno di essi, i partiti presentano uno o più candidati, fra i quali gli elettori residenti in quella circoscrizione possono esprimere il loro voto.
I modelli di sistema elettorale sono numerosissimi, quasi ogni paese ne ha uno diverso, ma possiamo distinguerli in due grandi categorie: i sistemi maggioritari e i sistemi proporzionali.
In un sistema maggioritario, il territorio viene diviso in collegi uninominali: ciò significa che ognuno di essi esprime un solo posto in parlamento. Ogni partito presenta un unico candidato e colui che raggiunge la maggioranza dei voti ottiene il seggio. Con il metodo plurality, è sufficiente prendere più voti di ciascuno degli altri candidati, ossia raggiungere la maggioranza relativa; con il metodo majority, è necessario ottenere la metà più uno dei voti, quindi la maggioranza assoluta, in caso contrario si procede ad un secondo turno a cui accedono i primi due candidati o quelli che hanno superato una certa soglia.
In un sistema proporzionale, invece, il territorio è diviso in circoscrizioni plurinominali: ogni lista presenta più candidati. I seggi vengono assegnati ai diversi partiti in base alla percentuale di voti ottenuti, secondo un principio di proporzionalità. Al fine di far scegliere gli eletti agli elettori, a volte, è previsto lo strumento delle preferenze, con cui è possibile indicare sulla scheda il nome di uno dei candidati della lista. Naturalmente, viene eletto chi ottiene più preferenze.
Il principale pregio di un sistema proporzionale è di assicurare la piena rappresentatività di tutte le forze politiche, anche di quelle minori, rispecchiando perfettamente il loro peso nell’elettorato. Il vantaggio, invece, di un sistema maggioritario è di garantire al partito o alla coalizione vincitori una solida maggioranza parlamentare, capace di dare al governo una certa stabilità.
Tuttavia, nella realtà, è difficile trovare un sistema puro, o solo maggioritario o solo proporzionale. Spesso vengono adottati dei sistemi misti. Per esempio, è possibile correggere un sistema proporzionale affinché produca alcuni effetti maggioritari, attraverso diversi meccanismi. Uno di questi è la soglia di sbarramento, che impedisce alle liste che non abbiano raggiunto una certa percentuale di voti di entrare in parlamento. Un altro è il premio di maggioranza, che conferisce al partito o alla coalizione più votati più seggi di quelli che gli spetterebbero con un riparto proporzionale. Infine, se vengono previste circoscrizioni particolarmente piccole, l’effetto proporzionale si attenua, venendo premiati i partiti maggiori.

Vediamo ora quali sono i sistemi elettorali adottati dai principali paesi del mondo.
Il sistema più antico è quello utilizzato dagli Stati Uniti d’America e dal Regno Unito. Infatti, in quasi tutti gli stati americani e nella Camera dei Comuni inglese, è in vigore un modello maggioritario ad un unico turno in collegi uninominali: il territorio nazionale è diviso in tante circoscrizioni quanti sono i membri del parlamento da eleggere, il candidato che vince con la maggioranza relativa ottiene il seggio.
Questo sistema è stato adottato anche in Francia, con la differenza che se, al primo turno, nessun candidato ottiene la maggioranza assoluta e i voti di un quarto degli aventi diritto, si procede ad un secondo turno, a cui accedono soltanto i candidati che hanno superato la soglia del 12,5%, calcolata sugli aventi diritto al voto.
Una via di mezzo tra questi due modelli maggioritari è quella percorsa dall’Australia, dove viene applicato il voto alternativo. Nei collegi uninominali, gli elettori non devono scegliere il loro candidato con una ics, ma devono ordinare i vari nominativi con dei numeri, secondo le loro preferenze. Se il candidato che ha ottenuto più primi posti non raggiunge la maggioranza assoluta, si eliminano le schede di chi ha messo al primo posto il nome con minor consensi e le sue seconde preferenze vengono distribuite fra tutti gli altri. Se nemmeno così nessun candidato riesce ad ottenere il 50%+1 dei voti, vengono ridistribuite le terze preferenze e così via. Questo sistema non favorisce tanto la vittoria del partito preferito, ma di quello meno osteggiato.
Ritornando in Europa, per la Camera spagnola vige un modello proporzionale che però ha degli effetti fortemente maggioritari. Infatti, le circoscrizioni sono molto piccole, eleggono in media 7 deputati, e ciò penalizza molto i piccoli partiti, ad eccezione di quelli regionali, tant’è che la soglia di sbarramento del 3% indicata dalla legge elettorale nella pratica risulta essere molto più alta.
In Germania, invece, gli elettori ricevono due schede. Con una scelgono il partito preferito, che presenta una propria lista bloccata di candidati. Con l’altra, eleggono un candidato del loro territorio in un collegio uninominale a turno unico. La ripartizione dei seggi in parlamento viene però fatta in base alla prima scheda, quindi in modo proporzionale, fra tutte le liste che abbiano ottenuto almeno il 5% oppure tre collegi. I seggi vengono distribuiti a tutti i vincitori dei collegi uninominali più ad alcuni di quelli presenti nelle liste bloccate.
Dei rari casi di sistemi proporzionali puri si riscontrano nei Paesi Bassi e in Israele, dove è presente anche un unico collegio nazionale. Ci sono però alcune differenze tra i due modelli: in Israele le liste sono bloccate ed esiste una soglia di sbarramento al 2%, mentre nei Paesi Bassi gli elettori possono scegliere i singoli nomi e non c’è nessuna soglia da superare.

Dopo che la Corte Costituzionale è intervenuta sul precedente sistema elettorale, il cosiddetto Porcellum, il sistema attualmente vigente è sostanzialmente un proporzionale con soglie di sbarramento variabili e la possibilità di esprimere una preferenza, in ampie circoscrizioni.
Questo modello però non piace a nessuna delle principali forze politiche, quindi si è aperta la discussione su una nuova riforma, anche se i tempi per la sua approvazione non sembrano molto brevi.

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