Fabio Fontana
Guida alle elezioni amministrative 2016

Domenica 5 giugno, dalle 7 alle 23 (dalle 8 alle 22 in Friuli), saranno aperti i seggi elettorali in circa 1350 comuni per il rinnovo dei consigli comunali e l’elezione dei nuovi sindaci. Gli eventuali ballottaggi si terranno due settimane dopo, domenica 19 giugno. Saranno chiamati alle urne 13 milioni di italiani. Si voterà anche nella capitale, Roma, e in molti capoluoghi importanti come Milano, Napoli, Torino, Cagliari, Trieste e a Bolzano (dove in realtà si è già votato, essendo in una regione a statuto speciale). Il Sole 24 Ore ha calcolato che complessivamente i candidati saranno 77 mila, con il record di 41 liste a Napoli e un budget complessivo che gli eletti dovranno gestire di 55 miliardi di euro. In ogni comune possono votare tutti i residenti che siano cittadini italiani o cittadini di un altro stato dell’Unione Europea (questi ultimi solo se ne hanno fatto domanda a tempo debito).
COME SI VOTA
Attenzione! Queste regole valgono per le regioni a statuto ordinario. Ci potrebbero essere alcune differenze in quelle a statuto speciale.
Comuni oltre i 15.000 abitanti (10.000 in Sicilia)
Si vota su un’unica scheda, dove saranno elencati tutti i candidati sindaco e, a fianco di ciascuno, le liste che lo supportano. È possibile votare in tre modi:
- tracciando un segno solo sul nome del candidato sindaco: in questo modo, si vota soltanto lui e nessuna delle liste collegate;
- tracciando un segno solo sul simbolo di una lista: in questo modo, si vota sia la lista che il candidato sindaco a cui è collegata;
- tracciando un segno sia su una lista che su un candidato sindaco non collegato ad essa (è il cosiddetto “voto disgiunto“).
Se si traccia un segno su una lista è possibile esprimere una o due preferenze scrivendo il cognome del candidato consigliere di cui si vuole agevolare l’elezione. Se però le preferenze che si vogliono assegnare sono due, devono essere di sesso diverso.
Viene eletto sindaco il candidato che raggiunge il 50% più uno dei voti validi. Se questa soglia non viene raggiunta, si terrà un secondo turno di ballottaggio, a cui accederanno i due candidati che hanno ottenuto più voti nel primo turno e da cui uscirà il vincitore. Tra i due turni, le liste il cui candidato sindaco è stato estromesso dalla corsa possono decidere di apparentarsi ad uno dei due candidati che si sfideranno al ballottaggio.
I seggi in consiglio comunale vengono assegnati in modo proporzionale (con il medoto d’Hondt). Alle liste collegate al candidato sindaco vincente viene assegnato almeno il 60% dei seggi (con un turno solo, c’è la condizione che esse devono aver raggiunto almeno il 40% dei voti validi).
Comuni sotto i 15.000 abitanti
Si vota su un’unica scheda, dove saranno elencati tutti i candidati sindaco e, a fianco di ciascuno, la lista che lo supporta. Si vota tracciando un segno sul candidato sindaco che si favorisce. In questo modo, verrà votata anche la lista che lo accompagna. È possibile esprimere una preferenza, scrivendo il candidato consigliere di cui si vuole agevolare l’elezione. Nei comuni sopra i 5.000 abitanti, le preferenze possono essere due, purché di sesso diverso.
Viene eletto il candidato sindaco che ha ottenuto il maggior numero di voti (è previsto il ballottaggio solo in caso di parità fra le liste più votate). Alla lista vincitrice spettano i due terzi dei seggi in consiglio comunale, mentre i posti restanti vengono distribuiti in modo proporzionale fra le altre formazioni.
Se in un comune si dovesse presentare una lista soltanto, le elezioni saranno valide solo nel caso che si rechino ai seggi il 50% più uno degli aventi diritto al voto (e che almeno la maggioranza di essi esprima un voto valido). In caso contrario, il comune verrà commissariato e si tornerà alle urne nel successivo turno elettorale.
Le elezioni nelle città più importanti
In generale, queste elezioni comunali segnano una certa discontinuità rispetto al passato. Le tradizionali coalizioni di centrodestra e centrosinistra, favorite fino ad oggi anche dal sistema elettorale previsto per i comuni, sembrano ora in via di smantellamento. A sinistra per esempio, in molte città di medie e grandi dimensioni, il Partito Democratico e i partiti più a sinistra correranno separati. Questo è ancora più vero per il centrodestra che, sebbene a Milano si sia presentato unito, in altri posti è spaccato a metà, con Forza Italia da una parte e Lega Nord e Fratelli d’Italia dall’altra (come succede a Roma).
Solitamente le elezioni amministrative hanno conseguenze politiche anche a livello di governo nazionale. Da sempre vengono considerate un test sull’esecutivo. Tuttavia, questa volta, il premier Renzi sembra aver riposto maggiore attenzione sul referendum sulla riforma costituzionale del prossimo autunno, attirando le critiche dell’opposizione secondo cui sta mettendo le mani avanti prevedendo una possibile sconfitta.
Le elezioni a Roma
La capitale sta uscendo da un periodo difficile, tra gli scandali di Mafia Capitale e il commissariamento dovuto alle dimissioni di Ignazio Marino. In questo quadro, è cominciata una campagna elettorale tutto tranne che noiosa. I sondaggi danno in vantaggio la candidata del Movimento 5 Stelle Virginia Raggi, avvocatessa scelta con le comunarie online, che dovrebbe quasi sicuramente arrivare al ballottaggio. Dietro di lei il candidato del Partito Democratico Roberto Giachetti, vicepresidente della Camera ed ex radicale, che ha stravinto le primarie a marzo. Sinistra Italiana ed altri partiti della sinistra radicale corrono invece da soli, sostenendo il deputato fuoriuscito da alcuni mesi dal Pd, Stefano Fassina. Nel centrodestra invece il processo che ha portato alle elezioni non è stato così liscio. Dopo che fra Forza Italia, Lega Nord (che a Roma si chiama Noi con Salvini) e Fratelli d’Italia i tentativi di trovare una candidatura comune sono falliti, il partito di Berlusconi ha dapprima scelto di sostenere l’ex capo della Protezione Civile Guido Bertolaso, per poi convergere sul candidato centrista Alfio Marchini, sostenuto anche dal Nuovo Centro Destra. Lega Nord e Fratelli d’Italia correranno insieme, portando avanti la candidatura di Giorgia Meloni. I sondaggi pubblicati prima del blackout imposto dalla legge vedono Giachetti, Marchini e Meloni giocarsi il secondo posto al primo turno.
Le elezioni a Milano
Nella capitale economica del paese, la situazione è più chiara e, in controtendenza rispetto a Roma e ad altre città, centrodestra e centrosinistra corrono uniti. A destra, Forza Italia, Ncd, Lega e Fratelli d’Italia sostengono Stefano Parisi, ex manager pubblico ed ex amministratore delegato di Fastweb, che nei sondaggi è appaiato al candidato di Pd e Sinistra Italiana, Giuseppe Sala, ex commissario Expo che ha vinto le primarie dello scorso febbraio. Alla sua sinistra, trova la lista Milano in Comune, composta tra gli altri da Rifondazione e Possibile, che porta avanti la candidatura di Basilio Rizzo. Il Movimento 5 Stelle, che aveva organizzato delle primarie per decidere il proprio candidato, ha inizialmente scelto Patrizia Bedori, alla cui rinuncia è subentrato Gianluca Corrado. Inizialmente aveva avanzato la propria candidatura anche l’ex amministratore delegato di Banca Intesa Corrado Passera, che però si è ritirato ed è finito per appoggiare Parisi.
Nelle altre città
A Napoli i sondaggi danno in largo vantaggio il sindaco uscente Luigi De Magistris, ex magistrato e parlamentare europeo sostenuto da liste civiche, Sinistra Italiana e Possibile. Lo sfidano da destra il candidato di Forza Italia Gianni Lettieri e quello di Lega e Fratelli d’Italia Marcello Taglialatela e da sinistra la candidata del Pd Valeria Valente. Il Movimento 5 Stelle presenta invece Matteo Brambilla.
In vantaggio a Torino è invece il sindaco uscente del Pd Piero Fassino, la cui principale rivale sarà Chiara Appendino del M5S.
Anche a Bologna si prevede la vittoria del sindaco uscente Pd Virginio Merola, sfidato dalla candidata della Lega (ma appoggiata da tutto il centrodestra) Lucia Bergonzoni.
Link di approfondimento
Approfondimento sulla situazione delle città più importanti.
Programmi e articoli sui principali candidati delle città più grandi.
Elenco dei comuni al voto con relativa popolazione.
Elenco dei candidati sindaco e delle liste per ciascun comune.
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Altro che Isis, il pericolo del futuro sono i cambiamenti climatici
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Negli anni, nel parlamento italiano si è visto comparire di tutto: cappi, salumi, scatolette di tonno… Ma anche nel Congresso americano non si scherza: lo scorso febbraio, il senatore repubblicano Jim Inhofe ha lanciato una palla di neve in mezzo all’aula. Un nuovo strumento di battaglia politica contro i democratici? Nossignore. Inhofe voleva soltanto dimostrare a modo suo che, siccome fuori faceva freddo, il surriscaldamento globale è solo una frottola degli ambientalisti. Indirettamente, gli ha risposto l’Ipcc, il gruppo di scienziati di tutto il mondo riuniti dall’Onu: il surriscaldamento globale esiste ed è provocato al 95% dalle attività umane. E c’è di più: se non facciamo qualcosa subito per mantenere l’aumento della temperatura del pianeta sotto i due gradi, i cambiamenti saranno irreversibili e l’ecosistema terrestre conoscerà gravi cataclismi.
IL PROBLEMA
L’effetto serra. Il surriscaldamento globale è provocato da un fenomeno atmosferico detto “effetto serra”. Gli studi hanno evidenziato come la concentrazione di alcuni dei gas di cui è composta la nostra atmosfera stia aumentando pericolosamente. L’incremento di questo strato gassoso lascia penetrare il calore solare, ma ne ostacola sempre più la fuoriuscita, alzando la temperatura sulla Terra, che viene ad assomigliare ad una serra, appunto.
I gas serra. I tre principali gas responsabili di tutto ciò sono il biossido di carbonio (meglio conosciuto come anidride carbonica, CO2), il metano (CH4) e il protossido di azoto (N2O). Dall’inizio della rivoluzione industriale ad oggi, la loro concentrazione nell’atmosfera è aumentata in misura abnorme, rispettivamente del 40%, 150% e 20%. Il metano in eccesso proviene dall’estensione dell’allevamento animale e delle colture a sommersione (come il riso), mentre la maggiore presenza di anidride carbonica è dovuta alla deforestazione per un quarto e alle nuove emissioni per il resto. Emissioni che provengono per il 35% dal settore energetico, per il 24% dalla lavorazione della terra, per il 21% dall’industria, per il 14% dai trasporti e per il 6,4% dalle attività edili.

Non è la prima volta nella storia terrestre che la concentrazione di CO2 nell’atmosfera varia. Il progetto europeo Epica, attraverso dei carotaggi nel ghiaccio nella calotta orientale dell’Antartide, ha potuto osservare l’andamento della presenza di anidride carbonica negli ultimi 820 mila anni e ha scoperto come essa si modifica periodicamente ma, fino alla rivoluzione industriale, è rimasta sempre al di sotto delle 300 ppm (parti per milione). A partire dalla seconda metà del XIX secolo, però, essa è salita rapidamente fino alle 402 ppm del 2014. Ben al di sopra di quella che gli scienziati indicano come la soglia di sicurezza, che è intorno alle 350 ppm.

L’aumento della temperatura. Questo boom di gas serra nell’atmosfera non è rimasto senza conseguenze. Il termometro della Terra ha già cominciato a salire. Dal 1880, anno in cui sono cominciate le rilevazioni, la temperatura della superficie terrestre è aumentata di 0,8 gradi Celsius. L’aumento non è graduale, ma si fa sempre più sostenuto man mano che il tempo passa. Il periodo che va dal 1983 al 2012 è stato il più caldo degli ultimi 800 anni nell’emisfero boreale. Inoltre, l’anno appena passato, il 2014, è stato il più caldo dall’inizio delle registrazioni, mentre i 10 anni più caldi sono stati tutti riscontrati dopo il 2000, con l’eccezione del 1998.

Previsioni. Le previsioni per il futuro non sono affatto facili da compiere. L’Ipcc, nel suo quinto rapporto, ci ha provato attraverso complessi modelli matematici e ha pronosticato, per il periodo 2081-2100 (rispetto al 1986-2005), un aumento tra 0.3 °C e 4.8 °C (0.3-1.7 °C nello scenario più favorevole, a basse emissioni serra, e 2.6-4.8 °C in quello peggiore, a elevate emissioni).
LE CONSEGUENZE
«Ok, farà sempre più caldo. Embè? Significa che al mare metteremo creme solari con la protezione più alta!»: questo è ciò che potremmo pensare su due piedi. Ma le cose non sono così facili. Il surriscaldamento globale influisce in modo pesante sul delicato equilibrio dell’ecosistema Terra. Alcuni effetti sono già visibili ma gli scienziati ne prevedono altri ancora più gravi, se non si inverte subito la rotta sull’inquinamento del pianeta. Vediamo quali sono.
Lo scioglimento dei ghiacciai. Le enormi calotte glaciali presenti nei due poli del globo si stanno restringendo ad un ritmo pressante. Questo fenomeno colpisce soprattutto l’Artico e la Groenlandia, ma anche il Polo Nord non è esente da problemi: nell’agosto 2008, per la prima volta da 125 mila anni, i ghiacci che lo collegavano agli altri continenti sono scomparsi e hanno permesso di circumnavigarlo. Lo scoglimento dei ghiacciai è una questione rilevante soprattutto per la sua conseguenza più diretta: l’aumento della massa d’acqua degli oceani.
L’innalzamento del livello dei mari. Tre quarti del nostro pianeta è occupato dagli oceani. Nonostante un’estensione difficile perfino da immaginare, la loro massa d’acqua sta aumentando visibilmente. Dall’inizio del Novecento ad oggi, il livello dei mari è cresciuto di 19 centimetri, più di quanto ha fatto nei precedenti 2 mila anni, e – come se non bastasse – l’aumento previsto entro la fine di questo secolo è compreso tra 26 e 82 cm. Ma non è l’unico guaio che devono affrontare gli oceani: le loro acque stanno diventando sempre più calde e acide, con risvolti nefasti sulla flora e sulla fauna che ospitano. La conseguenza sui continenti, invece, è la progressivamente erosione delle coste e la sommersione delle isole, che costringerà milioni di persone ad emigrare nell’entroterra, con tutti i problemi sociali che ciò comporta.
La perdita della biodiversità. Non sono a rischio solo animali e vegetali del mare, ma anche quelli che vivono sulla terraferma. Il surriscaldamento globale, infatti, mette a repentaglio la sopravvivenza di tutte quelle specie che non dovessero riuscire ad adattarsi al nuovo clima terrestre. Si stima che un aumento del termetro globale tra 1,5 e 3,5 °C, possa portare all’estinzione di un numero di specie viventi tra il 20 e il 70% in cento anni. Una vera e propria ondata di estinzioni, come quelle che il nostro pianeta ha vissuto nel suo passato remoto, per riprendersi dalle quali, ha impiegato 10 milioni di anni.
Gli effetti sul ciclo dell’acqua. L’implicazione più devastante del cambiamento climatico riguarda il ciclo dell’acqua, quel meccanismo perfetto della natura che consente all’acqua degli oceani di evaporare, formando le nubi, da cui ridiscenderà sotto forma di pioggia. Oggi, qualcosa rischia di alterare questo equilibrio: infatti, ogni grado di aumento della temperatura terrestre accresce del 7% la capacità dell’atmosfera di trattenere umidità. Ciò comporta un incremento delle precipitazioni, che però saranno sempre meno frequenti e più concentrate. Pertanto, specie nelle aree tropicali che vedranno la pioggia complessiva diminuire in favore delle zone temperate, i periodi di siccità dureranno più a lungo, accentuando anche il fenomeno delle desertificazione. Le conseguenze sulle coltivazioni non potranno che essere disastrose.
Uragani più numerosi. Non solo le piogge saranno sempre più estreme, ma anche un fenomeno per sua natura eccezionale come gli uragani, si verificherà sempre più spesso. Possiamo rendercene conto già oggi: dagli anni ’70, il numero di uragani di categoria 4 e 5 è addirittura raddoppiato.

LE SOLUZIONI
Ci sono tre modi di affrontare il problema del surriscaldamento globale. Il primo è quello più utilizzato oggi dalla maggior parte delle persone e dei leader globali: mettere la testa sotto la sabbia. Del resto, si sa: preoccuparsi fa male alla salute, meglio andare incontro alla catastrofe con un sorriso sulle labbra. È lo stesso approccio alla base del debito pubblico: si lascia la patata bollente in eredità alle generazioni successive.
Un altro modo, molto più responsabile, di affrontare la questione è quello di chiedersi, come fanno molti, «come posso contribuire io a ridurre l’inquinamento e rispettare l’ambiente?». La risposta che molti si danno è quella di rendere il più autosufficiente possibile la propria abitazione, installando pannelli solari termici per l’acqua calda e fotovoltaici per la produzione di elettricità oppure realizzando il cappotto termico, che permette una notevole riduzione degli sprechi sul riscaldamento. Tutto ciò consente, oltre che di risparmiare sulle bollette, di ridurre il proprio consumo energetico, diminuendo le emissioni di CO2 necessarie per garantire il nostro fabbisogno di energia.

Spesso, però, si pensa che per fare la propria parte basti prendere piccoli accorgimenti come fermare il getto d’acqua della doccia mentre ci si insapona. Certo, è molto importante adottare comportamenti in linea con una condotta di vita rispettosa dell’ambiente. Ma queste piccole buone azioni individuali non bastano (tornando all’esempio della doccia, per capire quale risultato effettivo possa avere, basti pensare che il consumo d’acqua annuo di una famiglia media è pari al quantitativo necessario per produrre solo 5 kg di carne!).
Quindi, per trovare soluzioni davvero efficaci al problema dei cambiamenti climatici, è necessaria un’azione collettiva, che passi per una mobilitazione politica. Solo gli stati possono avere il potere di ridurre le emissioni di anidride carbonica mettendo in atto politiche volte a promuovere le energie rinnovabili e la conversione delle attività inquinanti.
Un timido tentativo di intraprendere questa strada è già stato fatto. Tutto è cominciato nel giugno del 1992, a Rio de Janeiro, dove si è svolto il primo Summit della Terra, che ha riunito i capi di stato e di governo di quasi tutti i paesi del mondo per discutere dei problemi ambientali. Il risultato di questa prima conferenza mondiale sul clima è stata la firma di un trattato con il quale gli stati si impegnavano a ridurre le emissioni, ma senza obblighi vincolanti. Quelli arriveranno con il Protocollo di Kyoto, nel 1997, che stabiliva delle quote di riduzione delle emissioni per i paesi industrializzati, che erano obbligatorie secondo il diritto internazionale. L’accordo entrò in vigore nel 2005, dopo la sua ratifica da parte di quasi tutti i 160 paesi firmatari. Soltanto gli Stati Uniti cambiarono idea nel frattempo (in seguito al passaggio di testimone alla Casa Bianca tra Clinton e Bush), nonostante siano responsabili di più di un terzo dell’inquinamento globale.
Un grande sponsor dell’accordo è stata l’Unione Europea, che al suo interno si è posta un obiettivo ancora più impegnativo, con il Pacchetto Clima 20-20-20 che prevede, entro il 2020, un aumento del 20% nell’efficienza energetica, una riduzione del 20% delle emissioni di gas serra e un aumento del 20% della quota di energie rinnovabili.
Recentemente, con l’accordo di Doha, si è deciso di estendere il protocollo di Kyoto fino al 2020. Le speranze per uno sforzo maggiore nella lotta al cambiamento climatico sono riposte nella conferenza sul clima che si terrà alla fine di quest’anno a Parigi.

Intanto, nel 1988, le Nazioni Unite ha0nno creato una Commissione Intergovernativa sul Cambiamento Climatico (IPCC), che riunisce importanti accademici di tutto il mondo allo scopo di studiare il surriscaldamento globale e trovare delle soluzioni. L’ultimo rapporto dell’organizzazione (insignita nel 2007 con il Premio Nobel) afferma che, per mantenere l’aumento della temperatura globale entro i 2 gradi, soglia che si ritiene di sicurezza, è necessario ridurre le emissioni del 40-70% entro il 2050 e azzerarle entro la fine del secolo. La soluzione proposta dall’Ipcc per affrontare una sfida così impegnativa si articola su quattro punti:
- un uso più efficiente dell’energia;
- un uso maggiore dell’energia prodotta con basse o nessuna emissione (anche perché le tecnologie per farlo esistono già oggi);
- un miglioramento della cattura del carbonio (riducendo la deforestazione e adottando pratiche di stoccaggio dell’anidride carbonica);
- un cambiamento nei comportamenti e negli stili di vita.
Secondo l’Ipcc, l’applicazione di queste direttive avrebbe effetti negativi sulla crescita economica solo in piccolissima parte (lo 0,06%), senza contare gli effetti benefici che si otterrebbero nel lungo termine.
IN CONCLUSIONE
A differenza di quello che accadeva in epoca preindustriale, oggi pare che il rispetto per l’ambiente sia scomparso. Spesso è considerato un lusso che non possiamo permetterci. Ma la protezione dell’ecosistema non è un capriccio di qualche ambientalista che non ha nulla di meglio da fare. La questione non è meramente estetica, né tanto meno riguarda la sfera morale (o comunque, non solo). Qui si tratta di tutelare quelle condizioni che permettono all’umanità di poter continuare a vivere sulla Terra. Il surriscaldamento globale è un problema di enorme portata che rischia di esploderci per le mani nel giro di pochi decenni, causando catastrofi naturali che, in un pianeta sovrappopolato e con le risorse in esaurimento, potrebbero creare una vera e propria polveriera. Per evitare questo pericolo, l’umanità è chiamata per la prima volta ad unirsi a livello globale, superando ataviche divisioni e riscoprendo il proprio destino comune. Solo così potremo garantire alle prossime generazioni un pianeta sano dove vivere e prosperare.
Guarda il video sui cambiamenti climatici.
I cambiamenti climatici
La politica internazionale non è mai tranquilla. Questioni come l’Isis, la crisi ucraina o il nucleare iraniano fanno perdere il sonno a molti leader politici. Ma c’è un gravissimo problema che può mettere a repentaglio la stessa sopravvivenza della specie umana, ed è perlopiù ignorato. Stiamo parlando del surriscaldamento globale. Vediamo di che si tratta, cosa rischiamo e come fare per evitare la catastrofe. Continua a leggere
Guida completa all’immigrazione
Guarda il video sull’immigrazione.
In molti danno i numeri quando si parla di immigrazione. Anche noi lo faremo, riportando i dati, analizzando le dinamiche di questo fenomeno e sfatando alcuni luoghi comuni.

I DATI
Quanti sono. Ora è ufficiale: gli italiani soffrono della sindrome da accerchiamento da parte degli immigrati. Infatti, secondo un recente sondaggio effettuato da Ipsos Mori, in media gli italiani credono che il 30% della popolazione nazionale sia composta da immigrati, la percezione più distante dalla realtà se confrontata con quelle di altri paesi. Ma quanti sono allora gli immigrati in Italia? Secondo gli ultimi dati Istat disponibili (aggiornati al 1° gennaio 2014), la popolazione straniera in Italia ammonta a 4.922.085 persone, a cui vanno aggiunti i famigerati clandestini, le cui stime vanno dai 300 ai 650 mila. Arrotondando a cinque milioni e mezzo di individui, scopriamo che gli immigrati rappresentano poco più del 9% della popolazione residente nel paese. Continua a leggere
L’elezione del Presidente della Repubblica
La notizia era filtrata da alcune settimane, ma è solo nel suo discorso del 31 dicembre che Giorgio Napolitano ha annunciato le dimissioni da presidente della Repubblica, formalizzate lo scorso 14 gennaio. Dopo essere stato sul trono del Quirinale per 9 anni, il primo ad esserci rimasto per un secondo mandato, Napolitano ha deciso di lasciare, a causa della sua avanzata età. Tra pochi giorni inizieranno le votazioni in parlamento per scegliere il suo successore. Prima di conoscere gli identikit dei candidati più papabili, vediamo quali sono i compiti del presidente della repubblica e come viene eletto. Continua a leggere
L’immigrazione
Da alcuni anni, se chiedete alle persone quali sono i principali problemi del Paese, molte vi menzionano l’immigrazione. Pensano infatti che gli immigrati ci rubino il lavoro, delinquano e prendano più sussidi sociali degli italiani. Molti di questi luoghi comuni sono però infondati e, in generale, su questo tema c’è molta confusione. Vediamo allora di fare un po’ di chiarezza. Continua a leggere




