Fabio Fontana

Referendum sulla Giustizia 2026

 

Il 22 e 23 marzo saremo chiamati ai seggi per approvare o respingere la riforma della magistratura voluta dal governo Meloni. Vediamo qui su cosa si vota e quali sono le ragioni del “sì” e quelle del “no”. Continua a leggere

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Referendum 2025 su lavoro e cittadinanza

 

Gli stessi due giorni in cui le grandi città sceglieranno ai ballottaggi il loro nuovo sindaco, l’8 e il 9 giugno, anche tutti gli altri italiani saranno chiamati ai seggi per tracciare una croce sul “sì” o sul “no” sotto 5 quesiti referendari su temi come il lavoro e la cittadinanza. Qui approfondiremo su cosa si vota nello specifico, vedremo le posizioni dei vari partiti e raccoglieremo un po’ di informazioni utili sul voto. Continua a leggere

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Le argomentazioni irrazionali

 

Qualcuno la chiama retorica, qualcun altro oratoria, altri parlano più semplicemente di carisma. Ci riferiamo all’arte della persuasione attraverso le parole. Moltissimi ne fanno uso nel loro lavoro di tutti i giorni, specie chi si occupa di vendere qualcosa: da quelli che ci chiamano per proporci una nuova offerta per luce e gas a quelli che provano a venderci rose per strada. Ma chi fa dell’arte della persuasione il suo principale attrezzo del mestiere è sicuramente il politico. Continua a leggere

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Elezioni Europee 2024

Anche quest’anno si stanno per riaprire i seggi elettorali. L’8 e il 9 giugno saremo chiamati alle urne per scegliere chi ci dovrà rappresentare nel Parlamento Europeo per i prossimi cinque anni: è quindi il caso di fare una scelta ben informata.

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Referendum 2022

Ehilà! I seggi si stanno per riaprire ed eccoci che rispuntiamo. Niente video ma solo qualche riga stavolta per parlare di cosa saremo chiamati a votare il prossimo 12 giugno. Continua a leggere

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Il referendum sul taglio dei parlamentari

Votare sul taglio dei parlamentari. Chi e perché direbbe di no? A cosa serve un referendum?

Il 20 e 21 settembre saremo chiamati a votare in un referendum di cui probabilmente non avete ancora sentito parlare e il cui esito, salvo grosse sorprese, è abbastanza scontato. Il tema è il taglio di un terzo dei membri del parlamento. Qui vedremo i dettagli della riforma sottoposta al voto, le posizioni dei partiti e tutti i pro e i contro. Continua a leggere

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Come l’UE vuol far ripartire l’economia

Alle 5.30 di mattina del 21 luglio scorso, il Consiglio Europeo, ossia la riunione dei capi di stato e di governo europei, ha raggiunto un accordo storico. Dopo 5 giorni di negoziato, i 27 stati membri dell’Ue sono riusciti a trovare un’intesa sui soldi da stanziare per stimolare la ripresa economica del continente dopo il coronavirus e la cifra è impressionante: 750 miliardi di euro. Di questi, 390 saranno a fondo perduto (quindi erogazioni dirette che non andranno restituite) mentre gli altri 360 miliardi saranno prestiti a lungo termine.

La trattativa

Mai nella storia un Consiglio Europeo è durato così a lungo. La materia in discussione era delicata. I 750 miliardi di euro stanziati per il cosiddetto “recovery fund” (fondo per la ripresa) saranno raccolti dall’Unione Europea nel suo complesso indebitandosi sui mercati e poi ridistribuiti ai vari paesi membri. E l’oggetto del negoziato era proprio come dividerli tra gli stati membri e in che forma (erogazioni a fondo perduto o prestiti). In questa occasione si è vista per l’ennesima volta la spaccatura più forte all’interno dei paesi dell’Unione Europea negli ultimi anni: quella tra i paesi del Nord Europa e quelli del Sud Europa. Da quando la crisi economica si è abbattuta sul nostro continente, ci si è resi conto di quanto le economie europee fossero integrate, tanto che se un paese avesse avuto difficoltà economiche ne avrebbero risentito anche gli altri. Per quello è stato necessario correre in soccorso di alcuni paesi, la Grecia in primis. E qui è nata la frattura tra i paesi del Nord che non volevano pagare per le inefficienze e la corruzione dei paesi del Sud e i paesi del Sud che invocavano più solidarietà, in ragione anche dei benefici che i paesi del Nord hanno avuto dal processo di integrazione.

In occasione di questo Consiglio Europeo, benché il paese capofila dei paesi del Nord, la Germania, sia stata la prima a spingere per una ricca dotazione del recovery fund, altri paesi del Nord Europa si sono messi subito di traverso. Parliamo di quelli che sono stati chiamati i 4 frugali: Austria, Danimarca, Svezia, con l’Olanda in testa. Questi chiedevano che i soldi fossero concessi esclusivamente come prestiti e che ci fosse un controllo serrato di come sarebbero stati spesi. I paesi del Sud dal canto loro chiedevano completa libertà ed erogazioni a fondo perduto. Alla fine si è giunti ad un compromesso: circa metà saranno prestiti e metà finanziamenti a fondo perduto e ogni paese dovrà presentare un piano di riforme spiegando come vorrà utilizzare quel denaro, piano che dovrà essere approvato dalla Commissione Europea e a maggioranza qualificata dallo stesso Consiglio Europeo. All’Italia, per quanto è stata colpita dal coronavirus, spetterà la quota maggiore del fondo: circa 209 miliardi di euro, di cui 82 in sussidi e 127 in prestiti.

Un debito europeo

L’Unione Europea gestisce già i nostri soldi: gli stati membri versano circa l’1% del proprio Pil alle istituzioni europee, che decidono insieme agli stati come usarli. Ma c’è una differenza con il recovery fund, che rende l’istituzione di questo fondo una decisione storica. I soldi del piano infatti non arriveranno dagli stati ma da un debito che l’Unione Europea farà come un unico soggetto. Per la prima volta l’Ue si indebiterà tutta insieme, come fosse un solo stato. Questo debito in fondo non sarà altro che la creazione degli Eurobond, i titoli di stato europei che in molti hanno chiesto per anni e che fino a qualche mese fa sembravano una chimera. Qualcuno ha paragonato questo evento all'”Hamilton moment” americano: quando nel 1790 Alexander Hamilton, insieme a Thomas Jefferson e a James Madison, convinse gli stati americani a creare una nuova capitale promettendogli di assorbire i loro debiti di guerra in un unico debito a livello federale. In questo modo, si gettarono le basi per gli Stati Uniti così come li conosciamo oggi. Se il recovery fund sarà la premessa di una maggiore integrazione europea solo il tempo saprà dircelo. Intanto ci sono delle differenze con l'”Hamilton moment”: il recovery fund è una misura temporanea e non cancella i singoli debiti nazionali. Però è un passo avanti, richiesto dal momento di crisi che stiamo vivendo. Ma è proprio nei momenti di crisi che dobbiamo saperci ripensare e preparare un futuro più prospero.

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Mes, Eurobond, Coronabond: cosa sono

Leggi l’aggiornamento a questo video

Con l’emergenza coronavirus ancora in atto, il dibattito politico si è concentrato giustamente su quello. Tra un tweet e l’altro però si è tornati a parlare anche di cose astruse come gli eurobond e il famigerato Mes. E non a caso. L’isolamento richiesto dalla lotta al virus ci ha costretti a rallentare di molto tutta l’economia e ci ha fatto sprofondare in una crisi economica. Ma differenza del 2008, quando la crisi ci ha colto alla sprovvista e le prime misure per contrastarla sono arrivate dopo troppo tempo, soprattutto in Europa, stavolta sembra che la politica abbia capito che serve fare qualcosa subito.

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Elezioni Europee 2019

È primavera inoltrata: gli alberi fioriscono, le giornate si allungano e le urne per nuove elezioni si apriranno presto. Quest’anno è il turno delle europee: domenica 26 maggio saremo chiamati a decidere la nuova composizione dell’Europarlamento. In questo video vedremo a cosa serve il Parlamento Europeo, i partiti tra cui potremo scegliere e quali sono i temi caldi su cui si giocheranno queste elezioni. Continua a leggere

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